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Pisa

la devastazione del serra: il processo 

«Una confessione non veritiera Giacomo troppo sotto stress»

p.b.
«Una confessione non veritiera Giacomo troppo sotto stress»

In aula il prof Pietrini sentito come consulente della difesa di Franceschi Effettuati nuovi accertamenti sulle Panda celesti presenti in zona

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calci

Un lungo e articolato intervento, integrato dalle domande di difesa e pm, per concludere che «la confessione di Giacomo Franceschi non è stata veritiera per diversi motivi, dall’ansia allo stress provocato da quella giornata particolare».

È stato il giorno del consulente della difesa di Giacomo Franceschi, il 39enne calcesano a processo con l’accusa di essere il piromane del Serra.

Il professor Pietro Pietrini, psichiatra, ha definito il profilo psicologico dell’ex volontario dell’antincendio di Calci. E nel suo contributo, a sostegno della tesi difensiva, ha sottolineato che lo stato di agitazione di Franceschi potrebbe essere stato all’origine di dichiarazioni sulla cui veridicità è lecito nutrire forti dubbi.

Una linea sposata fin dall’inizio dalla difesa subentrata a due legali che avevano sostituto l’avvocato d’ufficio che aveva assistito Franceschi durante il fermo nella caserma dei carabinieri.

L’udienza è iniziata nel primo pomeriggio davanti al collegio del Tribunale (presidente Dani, a latere Iadaresta e Grieco) ed è andata avanti fino a sera inoltrata dopo una pausa di un’ora alle 20 con il controesame del pm Flavia Alemi.

Nel corso dell’ultima udienza sono emersi fatti nuovi che hanno indotto gli investigatori dell’Arma a fare ulteriori controlli sulle Panda celesti in zona.

È il modello dell’auto della mamma di Franceschi che, secondo l’accusa indicando un fermo immagine di una telecamera, l’imputato avrebbe usato per salire sul Serra e sistemare gli inneschi la sera del 24 settembre 2018.

Per il difensore, l’avvocato Mario De Giorgio, non c’è una prova certa che attribuisca a Franceschi la guida della Panda della madre.

Il cuore della difesa di Franceschi, reo confesso al momento del fermo nel dicembre 2018, è sintetizzata nell’interrogatorio reso nelle scorse settimane: «Sono stato nove mesi in carcere e un anno ai domiciliari. Mi è servito per pensare. La sera del 24 settembre 2018 non ero sul Serra. Ci sono andato con le squadre antincendio. Quando ho detto ai carabinieri e al magistrato che c’ero stato ero in piena confusione, panico totale. Non so neanche io perché le ho dette quelle cose».

Il giorno dopo il 39enne calcesano nell’interrogatorio di convalida davanti al gip ritrattò ogni parola. Non bastò a evitargli il carcere e una detenzione che tra cella e domicilio è andata avanti per ventuno mesi. —



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