Italia
Morto soffocato, chiesto processo per 2 dottoresse
I genitori di Mattia non si stancano di cercare la verità. Il figlio era curato con terapie che gli avevano già causato dei problemi
CALCI
La Procura ha chiesto il rinvio a giudizio per due dottoresse della Fondazione Stella Maris, che lavorano a Montalto di Fauglia, in relazione alla morte di Mattia Giordani, 26 anni, ucciso da un boccone mentre cenava a casa, a Calci, la sera del 27 marzo 2018. Un incidente, alcuni si affrettarono a dire dopo la tragedia. Poi i genitori, leggendo la cartella clinica del figlio, che era ospite del centro di Montalto della Stella Maris, scoprirono un’altra possibile verità. Il giovane era stato sedato con alcuni farmaci che gli avevano in precedenza causato altre gravi crisi respiratorie, altre volte aveva rischiato di morire soffocato. Hanno quindi presentato una denuncia, seguiti dall’avvocato Giovanni Capria, e da quel momento attendono di conoscere cosa è davvero successo al figlio e se ci sono responsabilità di carattere penale nella morte del 26enne, seguito dalla Stella Maris in quanto disabile. Il Gup, Giuseppe Laghezza, ricevuta la richiesta di rinvio a giudizio nei confronti di Giovanna Sorrentino, 60 anni, di Sesto Fiorentino, e di Graziella Bertini, 63 anni, di Volterra, ha quindi fissato la data dell’udienza preliminare. Sono entrambe accusate di omicidio colposo. La dottoressa Bertini, in qualità di direttrice sanitaria e medico responsabile della residenza sanitaria per disabili di Montalto, gestita dalla Stella Maris, e la dottoressa Sorrentino, neuropsichiatra, come medico specialista di riferimento della struttura. Secondo la Procura, le due professioniste avrebbero omesso di sospendere i rientri a casa di Mattia che in quel periodo era in cura con terapie che avevano già causato al giovane problemi di disfagia. Pregressi episodi di soffocamento, avvenuti nella struttura, erano stati risolti con la manovra di Heimlich, praticata da personale infermieristico esperto. Non solo: al giovane era stato assegnato un operatore aggiunto con il compito di seguirlo in modo da garantire un intervento di soccorso immediato. Ai genitori però era stato detto che l'operatore serviva per aiutare il ragazzo a superare le sue frequenti crisi comportamentali senza fare «riferimento ai frequenti episodi di disfagia e apnee che di erano verificate in istituto», come hanno poi denunciato. Al momento dell’uscita settimanale di tutto questo ai genitori della vittima non era stato detto nulla. Niente era stato detto neppure della necessità di sorvegliare il ragazzo a vista al momento del pasto. Così la sera stessa in cui è tornato a casa Mattia ha perso la vita, soffocato dal riso e dal prosciutto che stava mangiando con la sua famiglia. –
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