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Addio a Sandro Mazzinghi, fu campione del mondo di pugilato
Era ricoverato in ospedale a Pontedera: avrebbe compiuto 82 anni il prossimo 3 ottobre. Aveva conquistato il titolo iridato nella categoria superwelter. Il ricordo di Benvenuti: "Noi come Coppi e Bartali"
PONTEDERA. E’ morto stamani, sabato 22 agosto, all’ospedale Lotti nella sua Pontedera, Sandro Mazzinghi. Avrebbe compiuto 82 anni il prossimo 3 ottobre. Una carriera sul ring, la sua, che ha infiammato le platee di mezzo mondo, negli anni Sessanta e Settanta, e che lo portò a diventare campione del mondo dei pesi superwelter. Storica la rivalità con Nino Benvenuti.
Da una decina di giorni il grande campione di pugilato era ricoverato in ospedale a Pontedera per una ischemia ma poi, si apprende da fonti della famiglia, ne sono seguite altre che ne hanno aggravato le condizioni fino a causarne la morte. "Diamo il triste annuncio della scomparsa - scrivono i familiari nella pagina ufficiale dell'ex campione su Facebook, la moglie Marisa e i figli David e Simone - Tutti sapete quanto amore aveva per il prossimo e per l'onestà che ha sempre avuto nei confronti di tutti. Per noi oggi è un giorno triste ma non possiamo che andare orgogliosi per l'uomo, l'atleta, il Campione e il padre che è stato. Ciao Babbo non ti dimenticheremo mai, resterai sempre con noi e con tutti quelli che ti hanno voluto bene". Da oggi, sabato 22 agosto, la camera ardente è nella chiesa del Crocifisso a Pontedera, mentre i funerali si terranno lunedì 24 agosto, nel Duomo di Pontedera.
UN GRANDE PROTAGONISTA DELLO SPORT ITALIANO
Sandro Mazzinghi è stato un grande pugile ma soprattutto una perfetta metafora di una parte dell'Italia che fu, quella con la faccia intarsiata di rughe che si doveva sudare col sacrificio fisico (e nel suo caso anche col dolore) ogni soddisfazione. La vita lo ha contrapposto a un'altra figura-prototipo di italiano, il bello, talentuoso, sfacciato e pure biondo, che a quei tempi faceva chic: insomma, Nino Benvenuti. Sono andati avanti decenni a odiarsi e fare pace, eppure sul ring si erano affrontati solo due volte nel 1965 per un totale di non più di un'ora. Ma per amore loro un Paese si era spaccato. Erano gli anni a cavallo tra boom e contestazione, e l'Italia si divideva non solo tra generazioni: Mazzinghi o Benvenuti, scegliere tra i due rivali storici era come schierarsi per un partito al quale si sarebbe risultati iscritti a vita.
Non e' un caso che il Paese amasse i dualismi, e non solo sportivi: non c'erano i social a fare da catalizzatore dell'aggressività latente, tutti contro tutti come avviene adesso, le rivalità erano binarie e spesso gli astii andavano molto oltre l'effettiva portata delle differenze. E per la verità Mazzinghi e Benvenuti non hanno mai davvero chiuso la loro querelle, e non solo perché il toscano non accettò per 50 anni un verdetto che dava la vittoria all'istriano. Era la lotta tra il "predestinato" e la faccia da pugni, quasi due categorie dello spirito: come lo erano stati prima di loro Coppi e Bartali, distanti e vicini quanto una borraccia passata di mano, o come lo sarebbero stati Rivera-Mazzola, incarnazione della staffetta.
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Paradossalmente, la loro fortuna fu proprio che quell'Italia aveva bisogno di dividersi attorno a qualcosa, per sentirsi viva; si tifava per la voce tenorile di Claudio Villa o il ciuffo accattivante di Gianni Morandi, per la bellezza prorompente di Sophia Loren o per quella sofisticata di Gina Lollobrigida. Amare Mina era cosa del tutto diversa dall'ammirare la voce di Milva. Nascevi democristiano o comunista; sceglievi un tifo, ed era per sempre.
Mazzinghi, che comunque fu due volte campione del mondo dei superwelter ed era letteralmente un guerriero del ring, come gli riconosce ora il suo rivale di sempre, visse la sua battaglia con Benvenuti combattendo anche a parole fuori dal ring a bordo del quale erano accorsi come spettatori Mina o Wlater Chiari, perche' anche quello era spettacolo e gossip.
Da ragazzo, prima che sul ring, aveva dovuto 'fare a pugni' con la sofferenza della fame vera e delle bombe che, ai tempi della guerra, cadevano sulla sua Pontedera. Raccontava che per evitarle andava sul fiume, e sognava un mondo migliore, in cui si sarebbe fatto largo in qualche modo.
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Ci riuscì grazie al pugilato, anche se avrebbe voluto, da buon toscano, fare il ciclista. Ma non poteva permettersi l'acquisto di una bicicletta e allora virò sulla boxe, perché già la praticava suo fratello Guido, per il quale Sandro provava "tanta ammirazione". Mamma Erminia non voleva, poi cedette strappandogli la promessa, raccontò poi lui che "sul ring e nella vita la condotta sarebbe stata sempre leale e improntata alla massima onestà".
E fu così, anche se sul quadrato Sandro si trasformava e diventava un lottatore feroce, coraggioso fino all'eccesso, asfissiante, che incuteva paura agli avversari. Delle sue doti da "guerriero" sa qualcosa il sudcoreano Ki-Soo Kim, contro il quale, davanti a 40mila spettatori a San Siro, nel maggio del 1968 Mazzinghi diede vita a un'autentica battaglia riconquistando, tra mille sofferenze, il titolo mondiale dei superwelter. Quella vittoria, raccontava lui orgoglioso, pacificò Pontedera, casa madre della Piaggio e quindi, in quel Sessantotto di lotte operaie e studentesche, epicentro di contestazioni a cui quel match mise il silenziatore. Al ritorno a casa Mazzinghi venne accolto da una folla in delirio.
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Ma le sfide più belle, da epica sportiva, furono quelle con Benvenuti. Nella prima, il 18 giugno del 1965, Sandro era avanti fino alla sesta ripresa, quando Benvenuti lo mise Ko con un micidiale montante destro. Più controverso l'esito della rivincita, a Roma appena sei mesi dopo. Benvenuti fu quasi l'ombra di sé, ma per i giudici bastò per rivincere, e a Mazzinghi quel verdetto non andò mai giù, tanto che per anni se la prese con "certa critica" e con il rivale. Poi tornò sul trono mondiale battendo Kim, vincendo quello che venne definito, a ragione, "l'incontro di boxe più drammatico mai disputato in Italia". Racchiuso in una foto che racconta Mazzinghi, e una parte di quell'Italia, alla perfezione: il volto tumefatto di chi si deve sudare tutto col sacrificio e col dolore, il sorriso dolce di un guerriero vincente e appagato.
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IL RICORDO DI NINO BENVENUTI
"Sandro Mazzinghi? La nostra rivalità era come quella fra Coppi e Bartali, abbiamo diviso l'Italia dello sport e, nel nostro caso, del pugilato, sport che più di ogni altro, secondo me, determina il valore di un atleta". Nino Benvenuti ricorda così il grande rivale scomparso, con cui c'era un dualismo anche alla Mazzola-Rivera, perché a quei tempi in Italia la boxe era disciplina da prima pagina.
Parlando di Mazzinghi, l'ex campione del mondo dei pesi medi fa riflessioni amare e personali. "Arrivati a questo punto dell'esistenza (ha 82 anni, Mazzinghi li avrebbe compiuti a ottobre ndr) può succedere di andarsene - dice Benvenuti -. E' accaduto a Sandro, ora potrebbe toccare a me, intanto è già bello essere qui a parlarne, di lui e di me e delle battaglie a cui abbiamo dato vita sul ring".
"Per batterlo dovevi dare veramente qualcosa in più - ricorda -, io ne so qualcosa. Quelle fra noi sono state 'battaglie' dure. Se devo definirlo con una parola dico che Sandro era un guerriero. Sul ring ti metteva paura, lo guardavi negli occhi e capivi che per lui c'era solo il volerti sopraffare, voleva vincere a tutti i costi".
Contro Benvenuti non gli capitò, e a Mazzinghi non andò mai giù il verdetto di quel secondo incontro tra i due, a Roma nel 1965, convinto com'è stato, per tutta la vita, di aver vinto. "Ma certe cose con il tempo si dimenticano - commenta Benvenuti -, fra noi c'era rispetto e lo ricordo con affetto. Per parlare di lui bisogna trovare le parole migliori. Io lo considero il mio rivale più tenace in assoluto, uno quasi imbattibile e averlo sconfitto per me è stata un'impresa: ci siamo sempre battuti arrivando ognuno allo stremo delle forze. Per salire sul ring e fare il pugilato ci vuole coraggio e lui, credetemi, ne aveva tanto. Sul quadrato non puoi nasconderti, e lui era uno di quelli che non lo faceva mai. Quando guardi il rivale non pensi a cose brutte, ma lui incuteva rispetto, sapevi già che c'era da soffrire. Avevo ottenuto cose che pochi altri avevano, e averlo battuto sicuramente ha dato qualcosa in più alla mia carriera".
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