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L’ultimo saluto al Prof tra alberi e fiori Le figlie: «Un fiume di gente ci è vicina»
Nel giardino della chiesa di Campo il saluto al luminare della medicina pisana morto domenica scorsa a 78 anni
Giuseppe Boi /pisa
Avevano tutti la mascherina al volto. Ma ieri quell’oggetto imposto dalla pandemia è diventato un modo per celebrare un luminare della medicina. Franco Mosca quei presìdi medici li ha usati per tutta la vita nelle sale operatorie in cui ha salvato vite umane e aperto nuove frontiere alla scienza medica. Non stonavano affatto nel giardino della chiesa di Campo dove è stato celebrato il funerale del professore morto domenica scorsa a 78 anni. E anche quel luogo imposto dall’emergenza coronavirus alla fine parlava del professore: lui che amava il giardinaggio, che si esaltava per gli innesti che faceva nelle piante da frutta, ha ricevuto l’ultimo saluto in un prato verde tra alberi di olive, fichi e arance.
Un funerale sentito ma composto, sobrio ma commosso. Qualità che si addicevano al professore. A fianco a lui la moglie Giusi che ha atteso l’ora della celebrazione all’interno della chiesa a fianco del feretro del marito e che lo ha accompagnato passo dopo passo anche nel giardino dove si è celebrata la messa. Alla sua destra le figlie, i nipoti e gli altri familiari più stretti. A sinistra la sua seconda famiglia di Mosca: gli eredi professionali Luca Morelli e Mauro Ferrari, la fondazione Arpa. Intorno amici e colleghi di una vita come il rettore Paolo Mancarella, il professor Carlo Casarosa e tanti altri nomi spesso presenti sulle colonne de Il Tirreno per le loro capacità e i loro successi che hanno dato lustro, come Mosca, a Pisa nel mondo.
Nel giardino della chiesa di Campo, seduti in sedie in plastica rigorosamente distanziate l’una dall’altra, non erano presenti più di 50 persone. Idealmente erano molte di più e venivano da Pisa, dall’Italia e dal mondo. Come Homero Lopez Cuadra, medico peruviano originario di Chacas e ora a Lima che, saputo del lutto, ha inviato un messaggio letto durante la messa: «Diceva che dovevo essere un medico dei poveri. Mi ha detto che dovevo diventare leader e innovare la chirurgia nel mio Paese. Dopo i due mesi con lui a Cisanello mi abbracciò come se fossi un suo figlio».
Parole che ricordano e inquadrano bene il professore come la lettura del vangelo scelta da don Luca, parroco di Campo: «La “parabola dei talenti”, caro Franco, ti rappresenta bene – ha detto –. Mi viene da pensare che tu sei uno di quei servi che ha avuto tanti talenti e li hai spesi tutti e fatti fruttare per fare del bene a tante persone a cominciare dalla tua famiglia che hai amato e ricambiato e che ti ha circondato d’affetto fino all’ultimo».
Insieme a don Luca hanno celebrato don Carlo, parroco di San Frediano a Pisa, e l’amico don Danilo che ha ricordato il «missionario laico» e, al momento dello scambio della pace si è rivolto alla famiglia: «La stretta di mano non si può dare, ma vi siamo tutti vicini. Sappiate che è come se vi abbracciassimo».
Alla fine le figlie Marta, Elena e Irene hanno ringraziato i presenti e le centinaia di persone che hanno visitato la camera ardente: «Pensavamo di guardarci nelle palle degli occhi a causa del Covid, invece un fiume di gente ha voluto salutare nostro padre». —
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