L’abbraccio della città a Franco Mosca che voleva Pisa capitale della scienza
Un lunghissimo abbraccio di personalità della politica e della medicina ma anche di semplici cittadini al luminare della chirurgia. L’omaggio all’amico del tenore Andrea Bocelli nella chiesa di Campo
PISA. In fila, ordinati, con un passaggio veloce davanti al feretro, nella chiesa di Campo. La città rende omaggio a Franco Mosca, morto a 78 anni, dopo una malattia. Un luminare - era professore emerito in chirurgia generale all’Università - che ha fatto la storia della chirurgia pisana e dell’Università, portandole ai vertici nazionali ed internazionali, in molti dei settori ai quali si è dedicato. Voleva Pisa capitale della scienza. Il vuoto che ha lasciato si avverte già nei minuti che precedono l’ingresso nella chiesa, da cui arriva la musica di un violino. Sulla bara, fiori bianchi, una grande foto del “prof” con uno dei suoi sorrisi migliori.
In tanti non hanno voluto mancare all’ultimo saluto - il funerale ci sarà oggi ma in forma privata, al “maestro”, all’amico, al medico a cui sono riconoscenti per le cure e l’attenzione alla persona. Personalità della politica, delle istituzioni e della scienza. Un saluto alla moglie Giusi, alle figlie Marta, Elena, Irene, colpite dal lutto. C’è la città, il mondo universitario e ospedaliero, gli amici della Croce Rossa Italiana di cui era membro onorario, numerosi suoi ex studenti e gli amici della Fondazione Arpa da lui fondata e tanto amata. Già all’apertura della camera ardente c’erano, tra gli altri, gli ex sindaci di Pisa, Marco Filippeschi e Paolo Fontanelli, l’ex assessore Ylenia Zambito, l’assessore comunale di Pisa, Paolo Pesciatini, il sindaco di San Giuliano Terme Sergio Di Maio, gli imprenditori Madonna della Clinica di San Rossore, il consigliere regionale Andrea Pieroni, l’ex rettore Massimo Augello. Tra centinaia di persone, impossibile nominarle tutte, anche gli amici di Arpa, da Renato Raimo al Maestro Carlo Bernini: «Una perdita immensa, come il dolore che lascia».
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Alle 18 è arrivato Andrea Bocelli, con la moglie Veronica Berti. Quella tra il tenore di Lajatico e il professore è un’amicizia di lunga data, forte, nata ancora prima della Fondazione Arpa di cui Mosca lo aveva voluto presidente onorario. L’incontro con la famiglia ha interrotto il silenzio di Bocelli sulla morte del carissimo amico. Poco dopo, infatti, Bocelli ha affidato ai social i suoi pensieri e parlando di una lettera che ha scritto al professore quando ha saputo del suo stato di salute precipitato. «Le sue figlie gliel’hanno sussurrata all’orecchio, mentre già stava riposando profondamente. Come loro stesse mi hanno poi detto, il mio messaggio siamo certi l’abbia ascoltato, perché le parole d’amore si sentono, anche solo col cuore».
L’addio è rivolto all’uomo del fare, «poco incline ai proclami e sempre pronto, ad agire. Grazie, per ciò che ha fatto ed è stato, per il bene che ha voluto. Per la stima e l’affetto che abbiamo ricambiato, nei confronti dello scienziato e dell’uomo». Come di ogni grande personalità restano le cose che ha fatto, l’eredità del luminare, i traguardi medici, l’amore per la ricerca, il desiderio di aiutare giovani studenti, anche quelli meno fortunati. Il professore è stato per Bocelli un maestro di filantropia. «Insieme, abbiamo in tal senso percorso tante avventure, tante nobili e opportune campagne». Mosca è stato punto di riferimento anche per ABf, «per ogni progetto scientifico e sanitario che ha la Fondazione che porta il mio nome ha intrapreso».
Le mascherine e la distanza di sicurezza non fermano i ricordi che scorrono nei racconti: impossibile non immaginare cosa avrebbe detto o fatto il professore, del quale chi lo conosceva ricorda l’autorevolezza e la gentilezza «di un grandissimo medico e di un grandissimo uomo». Oltre a una buona dose di ironia.
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In pochi sapevano la verità sulla malattia. Era il suo segreto. All’inizio di maggio, a un collega aveva confidato che il lockdown era stata per lui una grande opportunità. Quella di avere tutta la famiglia riunita, di poter trascorrere con loro intere giornate prima di lasciarli per sempre. Con una impressionante lucidità aveva programmato tutto fino alla fine. «Giusto così – confida una sua ex allieva oggi anche lei medico affermato – non avremmo sopportato di vederlo stare male».
L’abbraccio è corale, fino a tarda sera la chiesa è rimasta aperta. Mosca aveva faceva parte del Consiglio direttivo di Alap. «Con la sua energia e la sua visione di insieme stava lavorando da tempo per un sodalizio sinergico con gli ex allievi della Scuola Sant’Anna e della Scuola Normale Superiore. Nel 2016, il consiglio di Associazione laureati ateneo gli aveva attribuito il Prestigioso Campano d’oro affiancandolo, per merito, ai grandi nomi della scienza, della cultura, della letteratura. Un uomo che faceva sentire la propria presenza, sempre un passo avanti, mai banale, lucido nel suo mestiere ma capace di grande commozione davanti ai piccoli e grandi temi della vita», è il ricordo di Paolo Ghezzi, ex vicesindaco di Pisa.
I ricordi e gli aneddoti potrebbero essere infiniti, alcuni lontani dai formalismi. «Il professore era un compendio di cultura, non solo medica – lo ricorda l’amico, Doady Giugliano. «Il suo sogno? Condurre Pisa, all'attenzione del mondo, quale Città dei Saperi. Un sogno che tutti noi di Arpa, cercheremo di tradurre in realtà, solo seguendo la via tracciata. Saprà suonarci la carica, anche da lassù!», dice ancora.
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