Il Tirreno

Pisa

«È morto un gigante, nessuno come lui» La lezione del professore ai suoi allievi

«È morto un gigante, nessuno come lui» La lezione del professore ai suoi allievi

I colleghi e gli amici medici raccontano, tra aneddoti, idee e fatti concreti, la grandezza di una personalità  che ha segnato profondamente la storia e tracciato anche il futuro della Scuola chirurgica pisana

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i ricordi

Per molti colleghi è stato un Maestro. In queste pagine proviamo a raccontare chi era Franco Mosca con le parole di chi lo ha conosciuto e apprezzato. Di seguito i ricordi di alcuni suoi allievi.

È morto un gigante: probabilmente l’ultimo gigante della Medicina nella nostra Università e nella nostra comunità medica. Che fosse un gigante è indubbio: quello che è riuscito a fare, negli oltre 40 anni nei quali ho avuto modo di osservarlo, spesso molto da vicino, è eccezionale. Ha proseguito e consolidato una Scuola chirurgica, nella quale è diventato il Maestro più rappresentativo per 30 anni. Ha aperto la strada dei trapianti, dando forza e continuità a quelli di rene e inaugurando quella dei trapianti epatici: settori che sono stati poi portati avanti da suoi allievi; ha indicato la strada per iniziare la chirurgia vascolare, di cui mi sono occupato, e quella della chirurgia mininvasiva, che poi è sfociata, naturalmente grazie al poderoso lavoro di tanti altri, nelle forme di chirurgia mininvasiva avanzata in cui Pisa eccelle. Altri allievi hanno sviluppato questo stesso settore in Italia e all’estero. È stato un gigante per come sapeva impostare e portare a termine il ragionamento clinico: l’importanza da dare ai segni e ai sintomi della malattia analizzati nel loro dettaglio e ricostruiti lungo un filo logico che già da solo si approssimava molto alla diagnosi corretta. Ha compreso come la cura di un paziente è un lavoro di squadra ed ha sostenuto e valorizzato il ruolo dell’infermiere. Ha aperto la strada al monitoraggio “intensivo” post-operatorio, realizzando la prima terapia sub-intensiva all’interno del suo reparto di chirurgia, in modo da poter effettuare interventi particolarmente invasivi con una adeguata assistenza post-operatoria. Oggi è uno standard in tutti i Paesi con un sistema sanitario avanzato: lui lo ha immaginato e messo in pratica circa 40 anni fa. In più di una occasione l’ho definito un sognatore, uno che vedeva le cose con largo anticipo rispetto agli altri. Ma era anche un finalizzatore perché sapeva mettere le risorse e la determinazione giusta per raggiungere gli obiettivi: era, ad un tempo, un vulcano di iniziative ed un trascinatore. Tutti i suoi allievi lo sanno bene! Soprattutto quelli che, come lui, hanno sacrificato molto della loro vita per raggiungere degli obiettivi esaltanti.

Che dire dell’idea di creare un laboratorio di ricerca e di formazione all’interno dell’Ospedale di Cisanello e di popolarlo di ingegneri, creando una sinergia tra i due ambiti (medicina e ingegneria)? L’idea è di circa 20 anni fa, realizzata 15 anni fa e da qualche mese si parla di creare addirittura la figura del medico-ingegnere (intento che pure non rientrava tra i suoi obiettivi e neanche tra i miei di oggi, come direttore di EndoCAS). È, comunque, del tutto evidente che un certo tipo di ricerca in Medicina passa necessariamente attraverso la multidisciplinarietà e che la prima figura di riferimento per i medici è, inevitabilmente, l’ingegnere.

Ma tutto questo non dà l’idea della poliedricità della sua figura. Egli ha compreso che intorno alle crescenti necessità della Medicina si doveva anche creare un pool di stakeholders, ovvero di persone che, per la loro visibilità, per la loro potenza economica o per la loro capacità di essere dei leaders dovevano aiutare la ricerca in Medicina e la cooperazione umanitaria: li ha convinti che avevano interesse, come membri autorevoli di una stessa comunità, a farlo. Piemontese di nascita ma pisano di adozione, si è impegnato a trasformare Pisa nella capitale della robotica e le due edizioni del Festival Internazionale della robotica che ha organizzato avevano dimostrato che la sua città adottiva (ma anche un’area circostante ben più ampia) ha tutti i requisiti per poterlo diventare. Ho parlato con lui fino a pochi giorni prima della sua morte: lui era assolutamente consapevole, fin da quando fu fatta la nefasta diagnosi, di quello che sarebbe successo ed ha pianificato ogni passaggio. Non abbiamo parlato della morte e del suo rapporto di uomo di fronte alla morte; mi ha solo espresso l’umano dispiacere di non riuscire a sapere che strada avrebbero percorso i suoi amati nipoti. Abbiamo parlato delle partite che lasciava aperte e di come avrebbe voluto, o sperato, di come i progetti potessero avere sviluppo: questo è ciò che vorrei accadesse, ma occorre essere consapevoli che nessuno ha il suo carisma e nessuno è in grado di muovere le leve così complesse e pesanti come quelle che lui gestiva quotidianamente. È solo il riconoscimento del valore dell’impegno nelle sue iniziative che potrà fungere da collante, perché queste abbiano continuità e, magari, impulso. Forse non tutti hanno avuto una totale sintonia con lui, nell’ambito medico universitario al quale, nonostante il pensionamento nel 2012, apparteneva come Professore Emerito di Chirurgia; reazioni contrastanti che figure del suo calibro generano, anche per la sua spiccata attitudine di dire quello che pensava e di non nascondere il suo disappunto quando lo provava. Dubito, però, che ci possano essere valutazioni dissimili sulla bontà degli obiettivi che voleva perseguire e, soprattutto, sui messaggi di fondo che hanno guidato il suo percorso, sulla dedizione senza condizionamento, sulla tenacia e sulla ricerca di migliorare costantemente, per essere di aiuto.

Mauro Ferrari

prof. di chirurgia vascolare

Direttore dipartimento

cardio toraco vascolare

dell’Aoup e Direttore

di EndoCAS



Era il maggio 1979 e lo incontro in un pomeriggio al termine di una giornata di lavoro al Santa Chiara. Mi aveva seguito nella tesi ed era perciò un mio punto di riferimento. Mi guarda e fa “quanto hai detto che avevi di media all’Università?”. Gliela riferisco e mi dice: “Bene, da domani mi segui a San Rossore”. Da allora non l’ho più lasciato, anche avendone avuta l’occasione. Dopo circa un anno mi dice, Giulio, che ne dici se compriamo per la Clinica Chirurgica e San Rossore due ecografi real-time e li utilizziamo noi? Ovviamente, senza neanche ragionare, anche perché non avevo in quel momento la capacità di comprendere il progetto, accettai. In questi piccoli flash si può comprendere la caratura dell’uomo e la fortuna che personalmente ritengo di avere avuto nell’incontrarlo. Un pragmatismo basato sui dati di fatto che da soli giustificano una chiamata ed una visione rivoluzionaria di chi vede prima ed oltre gli altri. L’ecografia in mano ai chirurghi, impensabile fino ad un giorno prima in Italia. Al mondo solo un caso noto, a Chicago, città che conosceva molto bene. Da allora 40 anni accanto, mai alla pari, ma sempre con un approccio da allievo a Maestro, mail il tu... non ce l’ho mai fatta. Oggi viene a mancare e la perdita è assolutamente incalcolabile, la comprenderemo nei prossimi anni. Non riesco a vedere niente di simile a Lui nel mondo Accademico. È sempre stata una figura di riferimento, una spalla cui appoggiarsi, un esempio da seguire. Diceva che il comportamento dei medici di un reparto era strettamente condizionato dalla bontà del manico che li dirigeva. Ed in questo è stato un esempio incredibile di coerenza ed onestà. Mai buonismo ma sempre critica attenta e talvolta feroce. Tanto più quanto più teneva a te.

Ci ha insegnato la valutazione clinica del paziente; il dover partire sempre da zero con una visione critica di ciò che riferiva ed ancor più delle analisi pregresse. È impossibile descrivere la varietà delle sue iniziative; c’è di tutto, dalla scienza al filantropismo, all’utilizzo etico delle risorse ed alla loro ricerca. Negli ultimi anni si era sicuramente ammorbidito ed era più sensibile e disposto ad emozionarsi, in particolare evocando il passato e la sua famiglia. Diceva che erano segni di invecchiamento. Sapeva cosa era il sacrificio, la rinuncia e sapeva apprezzare cosa aveva e cosa rappresentava, educando alla stessa stregua la sua famiglia e noi collaboratori.

Giulio Di Candio

Direttore Chirurgia

Generale Universitaria



Il professor Franco Mosca è un Maestro di chirurgia. Il mio Maestro, e, come dice lui, il Maestro è per sempre: il Maestro è il Maestro. Pochi possono essere definiti Maestri. Non insegnante, capo, o direttore, ma Maestro. Pochi hanno la fortuna di avere un maestro. Io ho avuto questa fortuna. Il Maestro non è solo la persona che ti insegna una professione; è uno che ti plasma la vita e il carattere, che ti rende quello che sei e ti fa diventare adulto, che ti difende e ti protegge, che ti rimprovera anche aspramente quando serve, che ti fa entrare la professione nelle ossa a volte con durezza, che esige ogni giorno il massimo, ma è quello che c’è sempre, a cui puoi chiedere un consiglio su come fare, e che quel consiglio lo fornisce sempre giusto e adeguato, capendo al volo i problemi. Mai autoritario, sempre autorevole. Uso il presente perché il prof Mosca non è più con noi fisicamente, ma è con noi allievi e lo sarà sempre ogni giorno, nel modo in cui interroghiamo i malati, in cui li visitiamo, in cui ci parliamo e nel modo in cui qualcuno di noi si mette i guanti o si aggiusta il camice in sala operatoria, nel modo in cui si fa il campo operatorio o si Fa una sutura. Non perché non ami le innovazioni, anzi, ne è un grande fautore e non si contano i campi della medicina in cui ha modernizzato. Ma quello che ci ha scolpito nella mente è un modo rigoroso e mai superficiale di affrontare la professione, con la massima dedizione al malato, senza derogare mai dalla strada. Ponendo sempre il malato davanti a tutto, anche davanti alle proprie esigenze. Perché, come lui dice, “si fa così” e non c’è un altro modo, si fa così e basta. Il professore ci ha reso i medici che siamo. Io cercherò di percorrere sempre la strada che mi ha indicato, anche se difficile ed erta, e cercherò umilmente di insegnare ai più giovani che si fa così, che non c’è altro modo per fare le cose bene. Ho la convinzione che la cosa lo renderà orgoglioso e contento.

Francesco Porcelli

Chirurgo

Chirurgia generale

universitaria



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di Redazione web