Gioco
Il pizzaiolo e l'emergenza Covid: «Se non cala la pressione fiscale non ha senso riaprire»
Il grido d’allarme di Giuseppe Ariti, titolare della nota pizzeria Chimenti Special a Ospedaletto. «Vecchie ferite degenerate in emorragie»
PISA. «Se dobbiamo lavorare con i problemi di sempre, in primis le tasse altissime, in queste condizioni, al momento, non me la sento di riaprire. Questo però non vuole dire che voglio gettare la spugna, chiudere la mia attività, anzi, se si trova la quadra, con aiuti adeguati al settore, sono disposto a tirare su la saracinesca anche domani».
È uno sfogo amaro quello di Giuseppe Ariti, 43 anni, titolare della pizzeria Chimenti Special a Ospedaletto. Un’attività legata ad una lunga tradizione familiare e che si appresta a vivere un periodo decisamente poco felice, alla luce del Covid-19. Giuseppe Ariti non vuole cessare l’attività, e questo lo precisa con forza, «ma la pandemia – afferma l’imprenditore – ha messo a nudo problematiche del settore non più rimandabili, per le quali occorrono strumenti efficaci per ricucire ferite, che già sanguinavano, ma che il virus ha trasformato in emorragie».
È un’analisi lucida quella che ci offre l’imprenditore, professionista della ristorazione pisana di lungo corso. «I problemi per chi come me opera in questo settore – afferma – sono tanti. È inutile prenderci in giro e il virus, purtroppo, ha scoperchiato una situazione risaputa e non più sostenibile». Ariti parla di una pressione fiscale che non permette agli operatori di svolgere la propria attività in tranquillità, soprattutto adesso che il post coronavirus dispone norme di distanziamento sociale, con inevitabile tagli ai coperti in tutti i locali. «Un mese e mezzo fa ho chiuso, come tutti del resto – afferma Ariti – ma alla luce delle nuove disposizione non so se, al momento, mi conviene ripartire». La sua non vuole essere una critica in generale, ma un vero e proprio grido di allarme. «Insomma – afferma Ariti – se devo continuare a fare pizze con i problemi di sempre, con un taglio dei coperti, con una pressione fiscale che ti toglie il respiro, secondo me il gioco non vale la candela. Poi mettici il plexiglass, le mascherine in cucina, le incertezze sui tempi e il gioco è fatto». Ariti si rivolge quindi allo Stato, ma anche al Comune per le imposte locali. «Ogni attività ha le sue esigenze. Io per scelta – conclude l’imprenditore – ho deciso di non riaprire con il delivery o con l’asporto. Il mio locale si trova in periferia e non ha senso. Ho però investito tutto nel mio lavoro, ma alla luce di tanta incertezza mi chiedo: si può continuare a lavorare così?». Un interrogativo che Ariti rivolge in questo momento a chi deve prendere decisioni sul suo futuro e di tutta la categoria. —Roberta Galli
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