Toscana
Ivan, la confessione dell’assassino «Ho buttato una persona dal balcone»
Dopo la lite con la caduta mortale dal terrazzo del 27enne russo, l’autore dell’omicidio si confidò con il padrone di casa
pisa
Ammazzato per cento euro. Soldi che l’omicida sosteneva che la vittima gli avesse preso. Una circostanza mai provata, ma sufficiente per scatenare una furia assassina iniziata a suon di pugni e conclusa spingendo dal balcone, senza poi aiutarlo nella risalita, il bersaglio della sua ira.
Non solo. A segnare l’ulteriore disprezzo verso l’avversario l’autore dell’omicidio aveva anche lanciato dal terrazzo le scarpe della vittima. Per poi confessare al padrone di casa: «Ho buttato una persona dal balcone». Una sequenza che nelle 17 pagine di motivazioni della Cassazione fissa nelle sue responsabilità il comportamento da assassino di Oleksandr Osintsev, 43 anni, ucraino, condannato a 30 anni per la morte di Ivan Tikhomirov, 27 anni, russo, per anni residente a Peccioli, avvenuta il pomeriggio del 18 settembre 2016 in un condominio in via Matteucci a Cisanello.
Difeso dall’avvocato Max Giordano Marescalchi, l’imputato aveva cercato di accreditare la versione dell’incidente.
«Ivan aveva bevuto parecchio, non volevo che uscisse in quelle condizioni e guidasse l’auto – era la tesi difensiva –. Stavamo litigando e senza volerlo è caduto dal balcone. Io ho un problema a un braccio e non sono riuscito a sollevarlo per riportarlo al di qua del terrazzo».
Uno scenario non ritenuto credibile. E la Suprema Corte spiega perché dopo l’udienza in cui è stato respinto il ricorso contro la sentenza di appello. Parte civili mamma e sorella di Ivan, Daria e Maria Maltseva, assistite dall’avvocato Stefano Del Corso e l’Unità Migranti in Italia, tutelata da Corrada Giammarinaro.
Secondo la difesa la caduta di Ivan sarebbe stata causata da «un repentino arretramento dell’aggredito in direzione del parapetto del terrazzo e il successivo scavalcamento di quest’ultimo, complice la limitata altezza del medesimo».
Lo scrivono con chiarezza gli ermellini: «Oleksandr in occasione della violenta aggressione si trovò in preda a una rabbia cieca e incontenibile; dopo la caduta di Tikhomirov, scagliò giù dal balcone anche le sue scarpe; neppure tentò di aiutarlo quando ancora penzolava dal parapetto; successivamente non chiamò i soccorsi, né si preoccupò di verificare se Tikhomirov fosse morto; descrivendo l'accaduto al padrone di casa, l’imputato pronunciò la frase confessoria "ho buttato una persona dal balcone". Egli non era nuovo a simili comportamenti di incontrollabile violenza». Nell’attaccarsi al filo dei panni, Ivan si procurò anche una ferita a una mano al punto da sanguinare.
Quel pomeriggio di settembre del 2016 nell’appartamento in via Matteucci erano presenti cinque persone: il padrone di casa (persona affetta da sindrome di Down); l’imputato che lavorava come badante del proprietario dell’alloggio; Ivan Tikhomirov, ospitato nell'appartamento fin dalla notte precedente; Andrii Sabytskyi e Oksana Markovich altri due ospiti di Osintsev.
Osintsev raggiunse Tikhomirov nella stanza da letto dove il russo era andato a riposare. «I due iniziarono a litigare, in quanto il primo accusava il secondo di avergli rubato cento euro - scrivono i giudici –. Ne seguì una colluttazione fuori dalla stanza da letto, nel corso della quale l’imputato attinse con pugni al volto Tikhomirov, il quale, barcollando, cercava unicamente di parare i colpi e di allontanarsi da Osintsev. Sempre con tale intenzione a un certo punto Tikhomirov, ancora barcollante, uscì un'altra volta nel terrazzo della cucina, seguito dall’imputato che si fermò all'altezza della porta che da dentro immetteva su tale terrazzo. In questo momento Sabytskyi distolse lo sguardo e quando lo rivolse di nuovo verso il balcone scorse con la coda dell’occhio Tikhomirov che si trovava con il corpo oltre il parapetto mentre tentava di aggrapparsi con la mano sinistra. L’imputato era lì vicino. Dopo avvenne la caduta al suolo che cagionò la morte di Tikhomirov».
Una lite per cento euro sfociata in omicidio punito con 30 anni di carcere. —
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