Gioco
Danti canta “Bella ciao” dal terrazzo di casa e legge le frasi del partigiano Kim di Calvino
L’assessore alla cultura di Volterra e insegnante al liceo Dini: «Speranza e Liberazione, per me il 25 Aprile è la festa più bella dell’anno»
docente-politico
Alle 15 in punto si è affacciato sul balcone di casa. Nel frattempo aveva organizzato tutto. Le casse stereo le aveva piazzate in modo tale che dall’esterno si sentisse tutto al meglio. Le note di “Bella ciao” sono partite inconfondibili. La sua voce si è sovrapposta. “Una mattina mi son svegliato”, canta Dario Danti, assessore alla cultura del Comune di Volterra e già assessore comunale a Pisa, tra i principali oppositori al suo insediamento della giunta leghista. Ma in questa occasione ci tiene a dire di essere anzitutto docente di storia e filosofia al liceo scientifico “Ulisse Dini”.
«Per me il 25 Aprile è la festa più bella dell’anno. Festa di Resistenza, speranza e Liberazione», dice. E ricorda: «Devo ringraziare la mia professoressa d’italiano del liceo Dini, Daniela Bettini, che ci fece scoprire autori straordinari come Morante, Pavese, Levi, Fenoglio e Calvino. E proprio in un libro di Italo Calvino c’è, secondo me, il senso profondo della Resistenza antifascista».
Quel libro è lì vicino, sul terrazzo. Danti lo sfoglia e legge: «Dice il partigiano Kim, ne “Il sentiero dei nidi di ragno”: “Ma allora c’è la storia. C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo, pur uguale al loro, m’intendi? Uguale al loro, va perduto, tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. L’altra è la parte dei gesti perduti, degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell’odio, finché dopo altri venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi. Questo è il significato della lotta, il significato vero, totale, al di là dei vari significati ufficiali. Una spinta di riscatto umano, elementare, anonimo, da tutte le nostre umiliazioni: per l’operaio dal suo sfruttamento, per il contadino dalla sua ignoranza, per il piccolo borghese dalle sue inibizioni, per il paria dalla sua corruzione. Io credo che il nostro lavoro politico sia questo, utilizzare anche la nostra miseria umana, utilizzarla contro se stessa, per la nostra redenzione, così come i fascisti utilizzano la miseria per perpetuare la miseria, e l’uomo contro l’uomo”». —
francesco loi
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