Il Tirreno

Pisa

LA CELEBRAZIONE

Un Requiem per le nostre care torri dilaniate dalla furia distruttrice nazista

professor Giovanni Ranieri Fescetti
Da sinistra  la Torre di Vicopisano, la Rocca di San Miniato, la Torre dei Riccardi e il campanile di San Piero a Grado
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Da sinistra la Torre di Vicopisano, la Rocca di San Miniato, la Torre dei Riccardi e il campanile di San Piero a Grado

Fulminata quella del Magnale, saltò in aria la Riccardi in San Rossore, rovinò il campanile della basilica di San Piero a Grado Ma neppure il camerata Kesselring, tra i più fedeli a Hitler, riuscì a distruggere la Rocca del Brunelleschi a Vicopisano

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PISA. La parola italiana “monumento” deriva dal verbo latino moneo, ammonisco, e l’ammonire era una prerogativa di Minerva, la dea della Saggezza detta Moneta, l’Ammonitrice, tanto che dal nome del suo tempio in Roma, appunto il Tempio di Minerva Moneta prossimo alla zecca, nacque il nome di “moneta” per indicare la valuta coniata; ma torniamo ai monumenti che sono la memoria illustre della storia passata e che ci raccontano tante verità sull’umanità; la raccontano soprattutto quei monumenti feriti che nelle loro mutilazioni ci mostrano l’effetto dell’incurante azione della natura e dell’incuria e dello zelo distruttivo dell’uomo. Sono di ammonimento ancora più forte quei monumenti che non ci sono più e che, fortemente, a distanza di tempo dalla loro scomparsa, continuiamo a rimpiangere.

Così, pensando alla distruzione di una delle più belle città del Mediterraneo, Livorno, viene in mente quello che la Follia, nel suo autoelogio raccolto da Erasmo da Rotterdam, ci dice: re, papi, principi vengono presi da questa folle smania del potere, della conquista delle ricchezze e della fama e così scatenano la guerra che porta con sé lutti, rovina e distruzione. Per secoli il popolo ha dovuto subire le conseguenze di questa pazzia finché, un giorno, la borghesia e la plebe stessa, arrivate a conquistare un loro posto importante nella storia dell’Occidente e del mondo, si sono fatte cogliere dalla stessa forma di pazzia e hanno a loro volta bramato ardentemente di bere all’amaro calice della guerra. Fu così che una serie di illustri pazzi, seguiti da pletore di pazzi e, infine, da folle intere di scalmanati, scatenarono i folli conflitti del ‘900.

Noi, ogni 25 aprile, celebriamo la liberazione dell’Italia dal giogo della dittatura fascista e nazista e quei monumenti che sono le tombe, le lapidi, le rovine ancora visibili dei bombardamenti, dovrebbero farci riflettere e renderci più saggi. In particolare, in questo 25 aprile, vogliamo recitare un Requiem per le nostre torri, le torri che non ci sono più. Mentre l’esercito nazista, dilagato come macchia d’olio sulla penisola italiana all’indomani di quell’infame 8 settembre, veniva a ritirarsi per l’incalzare degli anglo americani, si lasciava dietro di sé una scia di sangue e distruzioni. Più perdeva terreno, più si accendeva la sua folle ira distruttrice. Già nel centro-sud i nazisti iniziarono a minare le torri che incontravano sulla via e, quando arrivarono in Toscana, la terra delle torri e dei campanili, si realizzò una delle più vaste e sistematiche campagne distruttive, motivata sì dal fatto che questi oggetti che punteggiavano il paesaggio della pianura, delle colline, dei monti, costituivano una rete di punti di riferimento per le operazione trigonometriche necessarie a indirizzare il tiro dell’artiglieria nemica, ma anche da una freudiana perversione, una sorta di desiderio di annullare quei potenti simboli della civiltà italiana da loro creduta inferiore, ma che ora, nella rivolta, nella resistenza e negli atti eroici di uomini, donne, ragazzi, si palesava nei suoi grandi valori e ideali storici.

Fu soprattutto nella valle dell’Arno che avvenne il massacro più intenso delle torri, alcune delle quali si avvicinavano ai mille anni di età. Il generale Albert Kesselring, comandante della Wehrmacht, rintanato nel suo comodo e caldo rifugio della Grotta Giusti di Monsummano, dirigeva l’allestimento di due linee difensive: la poderosa Grüne Linie, che tutti chiamiamo Linea Gotica e il suo antemurale, l’Arnostellung, la linea dell’Arno da San Rossore a Firenze. Si cominciarono così a minare le torri dell’area livornese, cadde l’illustre, elegante faro del Porto Pisano, ovvero il Fanale del Porto di Livorno opera del 1305 attribuito a Giovanni Pisano; si minò la Torre del Magnale, ultima delle torri preposte a difendere l’ingresso al porto della Repubblica; erano già caduti i campanili sui Monti livornesi e si preparò la strage di quelle intorno a Pisa: saltò in aria la Torre Riccardi in San Rossore, rovinò il meraviglioso campanile della basilica di San Piero a Grado, alto 38 metri; via la torre di Cornazzano sulla strada per Pontasserchio; via il campanile della pieve di Pugnano, via la Torre, porta di ingresso alla Repubblica Pisana a Ripafratta paese; saltò in aria anche una delle torri di guardia intorno alla sua Rocca; giù i campanili delle chiese di Torre del Lago e di Viareggio.

Lungo l’Arno iniziarono a cadere campanili piccoli e grandi: la bella torre campanaria dell’Abbazia di San Savino, i campanili di Riglione, Pettori, Bientina, Calcinaia, Pontedera; la furia nazista proseguì investendo addirittura la torre dell’Imperatore del Sacro Germanico Impero Federico II, mutilando il profilo orgoglioso della città di San Miniato; così fu per Montopoli, per Empoli e per Fucecchio, dove rovinò la torre di Castruccio e via via, verso Firenze, con vittime illustri come il campanile della Badia a Settimo.

Siccome lo sviluppo industriale dell’800 aveva innalzato una selva di ciminiere che volevano stare a petto dei simboli del potere di un tempo, ovvero i campanili dei signori della Chiesa e le torri castellane della nobiltà laica, quelle ciminiere che svettavano alte, potenti monumenti al lavoro del popolo e della borghesia imprenditoriale, costituivano comunque un disturbo per i nazisti, quindi si procedette ad evirarle, una ad una; fu minata così la ciminiera di una fornace dei mattoni, forse la più alta del Valdarno, che era un vanto degli abitanti di San Giovanni alla Vena.

Ma neppure tu, camerata Kesselring, che eri uno dei migliori generali di Hitler, sei riuscito a distruggere la possente torre della Rocca del Brunelleschi a Vicopisano, già maschio del Castello che fu sotto il controllo di Matilde di Canossa, poi degli arcivescovi di Pisa signori potentissimi. Grazie alla famiglia che allora la possedeva e ancora oggi la possiede, la famiglia Fehr, la torre era protetta da un decreto del governo svizzero e dalla bandiera svizzera che sventolava sulla sua sommità. Oggi, nella desolazione e nella disperazione di questo momento, nelle notti silenziose, questa torre si dipinge dei colori della nostra bandiera nazionale e così, in questo mese di aprile, il mese nel quale celebriamo la riconquistata libertà, questo monumento e i nostri colori che lo illuminano stanno ad ammonirci sulla pericolosità della pazzia che in ogni forma dilaga - proprio come ieri, così anche oggi - nella nostra società. —

professor Giovanni

ranieri fescetti

storico e presidente

del gruppo culturale

ippolito rosellini


 

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