Il Tirreno

Pisa

L’arteria è occlusa da 4 giorni ma la nonnina non si cura: «Ho paura della “malattia”»

G.b.
L’arteria è occlusa da 4 giorni ma la nonnina non si cura: «Ho paura della “malattia”»

Sintomi sottovalutati e pazienti arrivati in ospedale in condizioni critiche Il Covid “frena” gli infartuati, ma poi c’è chi si innamora dei cardiologi 

3 MINUTI DI LETTURA





le storie

È diventato il male per antonomasia. Fino a 4 mesi fa nessuno ne sapeva nulla e ha cominciato a circolare e contagiare le persone a dicembre dell’anno scorso. In pochi mesi ha però scalato tutte le classifiche della paura ed è diventata l’incubo di tutti. Un timore così forte da far dimenticare e sottovalutare le altre patologie. «Stavo male da quattro giorni, ma sono rimasta a casa perché ho paura della malattia», racconta una paziente ai cardiologi dell’istituto Monasterio. Il paradosso è che quella donnina col viso stravolto dal dolore è malata, anzi è gravemente malata. Non ha il Covid-19 ma ha un’arteria occlusa e senza un intervento sarebbe morta.

«È solo uno dei tanti casi che affrontiamo in questi giorni di pandemia», commenta con amarezza e preoccupazione Michele Emdin, direttore del Dipartimento cardiotoracico della Fondazione. Un emodinamista, Michele Coceani, gli mostra le immagini dell’arteria: «È occlusa al 95%». Chissà quali dolori sta provando la signora. Va operata subito: gli interventisti gli metteranno uno “stent” e permetteranno al sangue di circolare. «Ma la paziente ha corso un rischio enorme e inutile: le persone devono capire che non si possono sottostimare o nascondere i sintomi di un infarto per paura di contrarre il coronavirus», sottolinea il docente della Sant’Anna.

Proprio per evitare il rischio contagio la Fondazione Gabriele Monasterio ha “rivoluzionato” la sua struttura ospedaliera e il modo di lavorare al suo interno: percorsi separati e isolati per i pazienti potenzialmente covid; un’ala di terapia intensiva a pressione negativa e con tutte le misure di sicurezza (compresa una sala di vestizione e svestizione per medici e infermieri) affinché un eventuale contagiato non possa diffondere il virus nel resto dell’ospedale; mascherine, disposizioni di protezione e tutte le altre precauzioni necessarie a contenere il diffondersi del coronavirus.

Eppure i malati di cuore hanno paura di ammalarsi di Covid-19 e restano lontani da ospedale e medici che possono aiutarli a continuare a vivere. Una cosa comune e che si ripete almeno finché il paziente non entra in contatto con la struttura ospedaliera. «Quando arrivano qui sono preoccupati – raccontano gli infermieri –: alla paura per la malattia cardiaca si aggiunge quella per il tampone a cui vengono sottoposti, ma poi capiscono che di noi si devono e possono fidare».

Un sentimento che provano i pazienti che vengono seguiti dai cardiologi con il teleconsulto. Una telefonata che consente ai medici di proseguire le cure e che permette ai malati di non sentirsi abbandonati. E durante le telefonate emergono storie e si creano rapporti impensabili prima della pandemia. C’è chi si commuove. C’è chi parla e racconta di tutto, mentre nelle normali visite di persona restava sempre in silenzio. C’è chi arriva ad innamorarsi del medico: «Lei ha una voce bellissima e che fa girar la testa». Insomma la pandemia non cancella l’attrazione, sebbene a distanza». —

G.b.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Gioco

Superenalotto, i numeri vincenti di oggi – Jackpot da 41,9 milioni di euro

di Redazione web