Gioco
Chi sono i cacciatori di gravi polmoniti
Medici specializzandi e strutturati destinati ai reparti Covid a lezione di tecniche di radiologia per sconfiggere il male
pisa
Un braccio armato di oltre 40 medici con un unico bersaglio: scovare, acquisire immagini e seguire il decorso e l’evoluzione della polmonite interstiziale, effetto letale del Covid-19.
In dieci giorni sono stati formati più di 40 medici sulla tecnica dell’ecografia polmonare con medici “segugi” che cercano una delle morbosità più letali. Chi forma questo fronte di medici che aumenta sempre di più le fila è Lorenza Pratali, ricercatrice medica dell’Istituto di fisiologia clinica del Cnr, assieme ad un’altra ricercatrice di Ifc-Cnr, Luna Gargani. Pratali quasi ogni pomeriggio, va all’ospedale di Cisanello dove ad attenderla ci sono sanitari destinati ai reparti Covid-19.
«Si tratta di fornire una formazione a tappeto e standardizzata soprattutto a quegli specializzandi di medicina d’urgenza, geriatria, e malattie infettive oltre che di medicina interna. Ci sono comunque anche medici strutturati, non solo specializzandi» , dice Pratali che assieme a Gargani ha raccolto l’invito dell’Aoup a fare questo tipo di formazione. «La parola chiave è standardizzazione. È necessario che l’indagine, l’acquisizione delle immagini della polmonite siano fatte seguendo delle ben precise metodiche. I dati e le immagini acquisite dai medici saranno da noi oggetto di ricerca», precisa Pratali.
La formazione impartita ai sanitari va dunque in più direzioni: quella formativa, quella metodologica e quella dell’acquisizione di dati ed imaging da usare come modello per la ricerca, e non da ultimo, quello di seguire il decorso della polmonite. L’uso infatti dell’ecografia polmonare non comporta i rischi dell’imaging radiologico e quindi può essere ripetuta più volte per seguire il progredire o il regredire della patologia.
«Con questo tipo di analisi ed indagine con l’ecografia polmonare si può osservare ad esempio, se la terapia per quel soggetto stia andando verso la direzione sperata», dice la ricercatrice.
Ma perché è importante che i medici formati seguano un ben preciso metodo di acquisizione dati ed immagini? «Perché la ricerca funziona così, e cioè su modelli e standard. Non possiamo lasciare che i sanitari prendano alcuni dati e ne trascurino altri», ha continuato Pratali. La stessa aggiunge, non senza una vena critica: «Non ho mai visto, come sta avvenendo in queste settimane di emergenza, un tale assedio alla pubblicazione scientifica. Un affanno continuo. La ricerca vera ha bisogno di attraversare passaggi molto rigidi perché possa diventare tale. Noi a Fisiologia clinica abbiamo scelto una via diversa da quella alla rincorsa di pubblicazione scientifica, una via che è multi–istituzioni e di standard metodologici. Quando si conferisce un premio Nobel, lo si dà spesso per ricerche eseguite anni prima, e gradualmente confermate dalla comunità scientifica».
C’è un altro aspetto che sta a cuore alla ricercatrice pisana, oltre a quello formativo e del rigore, ed è quello del supporto psicologico ai sanitari. «Bisogna far qualcosa su questo fronte. I medici nella loro carriera devono prendere spesso decisioni drammatiche, decisioni da cui non c’è spesso ritorno. Fa parte del loro percorso, della nostra formazione. Si è soliti prendere questo tipo di decisioni, però, nei casi di malati terminali. Qui è diverso. Quel paziente, il giorno prima andava a passeggio in bicicletta. Essere sottoposti a questa pressione emotiva e professionale, e così a lungo, necessita di supporti psicologici ad hoc. Una situazione così, non si era vista da generazioni». –
Carlo Venturini
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