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Sorpresa, Khethi e Simon vivevano... insieme
Sono gli scheletri di due nostri antenati ma di specie diverse rinvenuti in Africa anche grazie al lavoro di due scienziati toscani, un pisano e un fiorentino
pisa
Khethi e Simon vivevano... insieme. E se fossero una coppia “normale” certamente non sarebbe una notizia da prima pagina! Sono sì una coppia, ma di scheletri di altrettanti individui, nostri antenati ma appartenenti a specie diverse la cui convivenza in una stessa area e soprattutto in uno stesso periodo non era né nota né scontata. Fino a quando, anche con l’aiuto di due scienziati toscani - un pisano e un fiorentino - dagli scavi non sono spuntati i resti di Khethi e Simon vissuti due milioni di anni fa in Sudafrica, nella cosiddetta Cradle of Humankind (culla dell’umanità). La scoperta ha consentito di accertare che in quell’area hanno vissuto contemporaneamente i nostri antenati Australopithecus, Paranthropus robustus e Homo erectus. Lo studio internazionale è stato pubblicato sulla rivista Science, e come detto del gruppo di scienziato hanno fatto parte anche Giovanni Boschian, docente del dipartimento di Biologia dell’Università di Pisa, che nello specifico ha coordinato lo studio stratigrafico, curando la parte microstratigrafica, e Jacopo Moggi-Cecchi, antropologo dell’Università di Firenze, membro storico del gruppo.
Nel corso degli scavi condotti a Drimolen, un sito paleoantropologico situato presso Johannesburg, ricercatori e studenti di varie nazionalità hanno riportato i due fossili, entrambi databili tra 2,04 e 1,95 milioni di anni fa, lo stesso periodo in cui è attestata la presenza in Sudafrica dell’Australopithecus. I nuovi fossili sono Dnh 152, chiamato “Khethi” in riconoscimento al proprietario del terreno. È un neurocranio di Paranthropus robustus, incompleto ma che mostra bene la parte superiore della calotta. Il Paranthropus robustus è un ominino appartenente alle australopitecine e caratterizzato da un apparato masticatore estremamente robusto, con molari grossi anche più di 2 centimetri. Fin qui, non sarebbe un ritrovamento particolarmente nuovo se non fosse associato, nei medesimi strati, a Dnh 134, chiamato “Simon”, in ricordo di un collaboratore della ricerca prematuramente scomparso, che non è certamente un Paranthropus, come dimostrano la struttura cranica e le grandi dimensioni dell’encefalo. Si tratta di un altro neurocranio incompleto attribuito a un individuo giovane, che presenta notevoli analogie con Homo erectus sensu lato. Purtroppo manca la faccia, che avrebbe potuto dare informazioni più precise.
«Ci sono alcuni aspetti importanti che, a mio avviso, emergono da questo studio – spiega il professor Giovanni Boschian –. Il primo è che, poiché i fossili provengono dal medesimo strato, si dimostra che le due specie sono coesistite, non solo in Sudafrica ma anche nello stesso sito e molto probabilmente anche contemporaneamente. Non sappiamo se vi siano stati contatti tra le due specie e, se vi sono stati, di quale natura fossero. Un altro aspetto riguarda la presenza di un cranio affine a Homo erectus che diviene così il più antico in Africa e indebolisce, senza però escluderla del tutto, l’ipotesi che Homo erectus abbia avuto origine fuori dall’Africa. Infine Dnh 152 potrebbe essere forse il più antico Paranthropus robustus in Sudafrica, ma su questo è difficile pronunciarsi con precisione». «La datazione più antica per le specie Paranthropus robustus e Homo erectus – chiarisce Jacopo Moggi Cecchi – implica quindi la contemporaneità di queste con specie del genere Australopithecus ed in particolare con Australopithecus sediba. Si viene così a delineare un complesso quadro di elevata biodiversità di ominini in un’area geografica limitata, con possibili conseguenze sulle interazioni tra queste: l’implicazione è che questa condizione potrebbe avere contribuito all’estinzione delle forme del genere Australopithecus». Ma la rilevanza dello studio riguarda anche l’aspetto stratigrafico: «È stato possibile datare con estrema precisione, per la prima volta in Sudafrica, la sequenza stratigrafica dei sedimenti – aggiunge Boschian –. Abbiamo ottenuto questo risultato rivoluzionando l’approccio stratigrafico finora generalmente seguito nello studio delle grotte in Sudafrica e facendo uso estensivo della microstratigrafia; inoltre abbiamo integrato biocronologia con vari metodi di datazione». —
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