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Pisa

la denuncia 

«Chiediamo i tamponi per i nostri assistiti ma non ce li fanno fare: così si perde tempo»

Pietro Barghigiani
«Chiediamo i tamponi per i nostri assistiti ma non ce li fanno fare: così si perde tempo»

Il presidente provinciale dei medici di base, Figlini: «Bene l’istituzione delle unità dedicate a seguire i pazienti a casa»

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/ pisa

Soli a combattere su un fronte diverso da quello ospedaliero, ma non meno delicato e sensibile: le famiglie confinate in casa.

Sono i medici di base chiamati a sorvegliare le famiglie sul territorio, valutare la presenza di sintomi, richiedere tamponi.

Sono loro il primo filtro a cui i cittadini fanno riferimento con telefonate apprensive tra sintomi lievi e chi è già in isolamento con una febbre che non si decide a passare.

Decidere di fare il tampone non spetta a loro e così tante volte si ritrovano a gestire malattie senza sapere cosa hanno realmente davanti.

«Sì, le difficoltà sono queste come un po’ in tutta Italia – spiega Giuseppe Figlini, presidente dell’Ordine provinciale dei medici –. C’è stato un ritardo nei tamponi e questo ha portato un aggravamento dei pazienti. Il risultato è che sono andate in ospedale persone in condizioni critiche che potevano essere evitate. Inoltre, si sono caricati i nosocomi costringendo i sanitari a sforzi ulteriori quando, invece, con una presenza minore di pazienti avrebbero potuto lavorare meglio».

Non fare i tamponi è anche un stress psicologico.

«Non solo. Oltre ai pazienti ci sono anche gli stessi medici che dopo averlo richiesto hanno fatto il tampone dopo diversi giorni. Non è solo un fattore psicologico. È importantissimo sapere se uno è positivo per isolarlo subito. Per evitare contagi va tolto dalla casa. Il ritardo dei tamponi fa passare giorni e fa diventare la persona in quarantena, magari asintomatica, in un possibile vettore di contagio. Finché non sa se è positivo magari esce, va a fare la spesa, sta con i familiari».

In tutto questo i medici di base che possono fare?

«Non possiamo curare a casa e più che chiedere i tamponi siamo anche noi in questa situazione. Il problema ora è sul territorio. Non lo hanno capito subito. Ora forse sì».

Cosa glielo fa pensare?

«L’ordinanza numero 20 della Regione uscita lunedì istituisce le Usca (Unità speciali di continuità assistenziale). Si occuperanno dei pazienti Covid dimessi o positivi a domicilio. Ora i medici di famiglia non possono fare granché, né hanno possibilità di terapia. Con l’ordinanza di lunedì c’è anche la possibilità di curare, ad esempio somministrando la idrossiclorochina. Riduce il rischio che la malattia si aggravi, ma funziona solo se presa all’inizio. Dopo serve a poco. Allora servono gli antivirali che, però, non si possono somministrare a casa. Il discorso è sempre quello: dobbiamo fermare i ricoveri e aiutare le persone a casa».

Con le Usca vi sentite meno soli al fronte?

«Diciamo che è una risposta significativa. In questo modo i pazienti Covid avranno un loro riferimento strutturato, mentre per gli altri malati restiamo noi. Non voglio polemizzare, ma mi risulta che queste unità specializzate siano già a partite nell’Asl Toscana Centro e in quella Sud-Est tra di Siena e Grosseto. Da noi solo ora perché, dicono, ci sono le dotazioni dei dispositivi di protezione individuali. Direi che adesso il nostro territorio non è più trascurato come prima. C’è poi un altro problema collegato a questa emergenza».

Quale?

«La difficile reperibilità dell’ossigeno. Non si trova». —

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