Il Tirreno

Pisa

la mappa in provincia 

Una serrata solo a metà, oltre ventimila le imprese autorizzate a rimanere aperte

Danilo Renzullo
Un operaio nei giorni del coronavirus
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Un operaio nei giorni del coronavirus

I decreti hanno invece imposto la chiusura forzata per 23.522 delle 43.750 aziende iscritte alla Camera di Commercio di Pisa

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PISA. Una chiusura a metà. La serrata generale, o quasi, che avrebbe dovuto trattenere a casa la maggior parte dei lavoratori per ridurre il rischio contagio si è materializzata solo in parte. Tra Pisa e provincia sono 20.228 le imprese che sono rientrate nell’elenco delle attività strategiche ed essenziali individuate dal governo con i cosiddetti decreti “Chiudi Italia”. Micro, piccole, medie o grandi aziende che, nonostante il blocco (quasi) completo, possono continuare a tenere su le serrande o a mantenere attive le linee produttive.

Dal settore alimentare a quello farmaceutico. Dall’agricoltura ai trasporti. È una lunga e variegata lista di imprese quella a cui i decreti governativi consentono di mantenere inalterate le attività, seppur con tutte le precauzioni per ridurre il rischio di diffusione del coronavirus tra i lavoratori. Dalle grandi aziende alle imprese con un solo dipendente. In provincia di Pisa sono quasi la metà del totale quelle escluse dai provvedimenti che hanno attirato le critiche dei sindacati, poi sfumate con un accordo raggiunto la scorsa settimana.

I decreti hanno imposto la chiusura forzata a 23.522 delle 43.750 aziende che al 31 dicembre dello scorso anno risultavano iscritte al Registro imprese della Camera di commercio di Pisa. A poco meno della metà (20.228), i decreti offrono la possibilità di continuare le attività. Un’opportunità derivante anche dal cambio del codice Ateco che molte aziende hanno aggiornato o modificato a seguito della riconversione delle attività dopo l’entrata in vigore dei decreti. Tra Pisa e provincia restano inoltre attive 23.546 delle 53.697 “localizzazioni”: uffici, magazzini, stabilimenti, punti vendita o sedi di aziende che continuano a popolarsi di migliaia di lavoratori. Molte imprese, nonostante il via libera, hanno comunque preferito interrompere temporaneamente le attività. Uno stop non imposto, ma dettato dalla necessità di ridurre i rischi. Altre, ritenute non essenziali, hanno invece chiesto di mantenere accesi i macchinari. Sono oltre 700 le aziende che hanno comunicato alla prefettura la volontà di proseguire la propria produzione, dichiarando di avere impianti a ciclo continuo o di far parte delle filiere dei settori strategici. «Chiediamo al prefetto di procedere con estremo rigore alla verifica delle autocertificazioni presentate dalle imprese della provincia di Pisa, applicando restrittivamente la concessione delle deroghe in modo da procedere immediatamente all'effettiva chiusura di tutti i luoghi di lavoro e di tutte attività, con la sola esclusione di quelle che risultino effettivamente indispensabili – è la richiesta di “Diritti in comune” –. Ogni attività non essenziale deve essere fermata per contenere il contagio e per non mettere a repentaglio la tutela della salute dei lavoratori e dei cittadini».

A questa si aggiunge la denuncia della Fiom-Cgil, che chiede di verificare «i motivi per i quali un cantiere nautico dell’area dei Navicelli, che non rientra tra le attività essenziali, risulta aperto». «Non ci stiamo a deroghe, furberie e imbrogli – sottolinea Massimo Braccini, segretario della Fiom Toscana –. La richiesta di proseguire le attività che non rientrano nei beni essenziali permette di tirare un po’ avanti, ma sarebbe inaccettabile e denoterebbe un comportamento imprenditoriale grave ed irresponsabile. Diffidiamo le aziende a richiamare al lavoro i dipendenti o, nel caso della nautica, le ditte in appalto. Le imprese – prosegue Braccini – devono assumersi la responsabilità delle loro azioni, ben sapendo che non evitare che accada ciò che si ha la possibilità di evitare significa provocare consapevolmente un incidente ed un danno, poiché viene messa in discussione l’incolumità e la vita dei lavoratori».

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