Il Tirreno

Pisa

Emergenza coronavirus e crisi economica

In provincia di Pisa quindicimila lavoratori (per ora) in attesa della cassa integrazione

Danilo Renzullo
Le attività intorno a piazza dei Miracoli chiuse
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Le attività intorno a piazza dei Miracoli chiuse

Oltre 1.500 imprese della provincia hanno fatto richiesta di ammortizzatori sociali: un terzo arriva dagli artigiani

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PISA. Almeno duecento richieste al giorno. Ogni istanza alimenta la speranza di pochi o di migliaia di lavoratori di accedere ad un sostegno al reddito. Fino ad un massimo di nove settimane, tempo concesso alle aziende per rimettere in moto la macchina delle produzioni dopo lo stop forzato alle attività non essenziali. La corsa per l’attivazione della cassa integrazione o degli altri ammortizzatori sociali previsti dal decreto Cura Italia è scattata già la scorsa settimana e si è materializzata con una richiesta che riguarda oltre 15mila lavoratori impiegati nelle aziende della provincia di Pisa.

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Dalle microimprese alle grandi industrie. Dall’artigianato alla metalmeccanica. Sono oltre 1.500 le aziende che hanno presentato la richiesta di accesso agli ammortizzatori sociali con l’obiettivo di salvaguardare i livelli occupazionali e per cercare di non trasformare l’emergenza sanitaria anche in una crisi lavorativa. Una vasta platea di lavoratori, forzatamente rimasta a riposo, destinata ulteriormente a crescere. La già lunga lista è alimentata da almeno duecento richieste presentate quotidianamente dalle imprese della provincia di Pisa per accedere ad uno degli strumenti previsti per prevenire il collasso del sistema produttivo: cassa integrazione ordinaria, accesso ai fondi interni di solidarietà e cassa integrazione in deroga a gestione regionale. Strumenti utili a fronteggiare l’emergenza e a tutelare i lavoratori, ma non a fugare i timori per un possibile impatto della crisi sui livelli occupazionali. Se le grandi aziende sono strutturalmente attrezzate per assorbire un periodo di stop delle produzioni, le piccole e medie imprese potrebbero invece non avere la capacità di riemergere dalla crisi.

Non a caso, un terzo delle domande di sostegno al reddito già presentate provengono dalle aziende artigiane. In oltre 500, infatti, hanno chiesto di accedere al fondo di solidarietà bilaterale dell’artigianato per sostenere il reddito di circa duemila lavoratori. Si tratta di piccole e piccolissime imprese, composte in media da tre dipendenti, che rappresentano anche il nucleo più fragile dell’intera filiera produttiva. «Occorre tutelare lavoro e lavoratori – sottolinea Mauro Fuso, segretario generale della Cgil di Pisa – usando bene le risorse a disposizione e stanziandone molte di più di quelle attuali. Il sostegno alle imprese diventa fondamentale, soprattutto per le più piccole alle quali uno stop prolungato potrebbe togliere l’ossigeno. In provincia di Pisa ci sono aziende ben strutturate che possono far fronte ad una tempesta temporanea, ma c’è anche un tessuto di imprese molto delicato legato soprattutto all’export. Occorre mettere in campo una strategia di difesa per queste aziende perché quelle dei Paesi che sono usciti o usciranno prima dell’Italia dall’emergenza sanitaria potrebbero occupare le fette di mercato rimaste scoperte e soppiantare le nostre imprese».

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