Il Tirreno

Pisa

Coronavirus: addio a "Franchino", una vita passata dietro al bancone del bar

Sabrina Chiellini
A destra la vittima, Franco Scaramelli, insieme al suo inseparabile amico Pier Giovanni
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A destra la vittima, Franco Scaramelli, insieme al suo inseparabile amico Pier Giovanni

Vicopisano, il nipote Andrea racconta come la malattia ha stroncato suo zio: "Non dimenticherò mai le parole della volontaria dell'ambulanza"

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VICOPISANO. «Saluti suo zio, non si sa mai». Parole forti, quelle della soccorritrice, che Andrea non dimenticherà facilmente. Non si sono più visti da quella sera. Franco tornerà nella sua Lugnano chiuso in un sacco. Nessuno potrà dimenticare come l’infezione scatenata dal coronavirus ha strappato ai suoi cari Franco Scaramelli, 83 anni, per tutti Franchino. Il classico nonno di paese, lo conoscevano tutti. Per incontrarlo e scambiare due battute con lui bastava andare al bar tabacchi, sulla piazza del paese, accanto alla chiesa.

Lo gestisce la sua famiglia e Scaramelli, da quando era andato in pensione dopo aver lavorato anche alla Piaggio, praticamente passava la sua vita dietro al bancone o tra i tavoli, a dare una mano quando c’era bisogno. «Aveva i suoi acciacchi», racconta il nipote Andrea, che è stato l’ultimo a vederlo, insieme alla zia Carla, ora rimasta sola e senza nemmeno il conforto dell’ultimo abbraccio. «Ma stiamo parlando dei problemi che può avere un ottantenne. Si curava, stava attendo alla sua salute. Non aveva certo perso il suo bel carattere, sempre allegro, la sua forza di stare in contatto con le persone. Invece se n’è andato così, per colpa di questo virus, in silenzio, da solo. E noi che siamo chiusi in casa, in quarantena. Io l’ho aiutato a salire sull’ambulanza, una settimana fa, quando è iniziato il calvario».

Da giorni Franco non stava bene. Ma non aveva i classici sintomi del Covid-19. «È rimasto a casa per quasi una settimana con quella febbre – racconta il nipote –. Tutte le sere lo chiamavo. Chiedevo anche a mia zia se avevano bisogno. “Non ha nulla, solo un po’ di febbre”». Finito un ciclo di antibiotici, però, si tornava al punto di partenza. «Non mi sono fidato e sono andato a vedere. Mio zio non si reggeva più sulle gambe. L’ho visto subito che stava male, non c’era tempo da perdere. Avevo letto che se il virus ti prende non stai più in piedi. Ho chiamato l’ambulanza, è iniziato il calvario. È davvero triste. Vedi andare via un familiare e non gli puoi stare accanto». Una settimana fa l’ultimo saluto tra zio e nipote. «Era cosciente quando lo hanno messo sulla barella ma tendeva a dormire. Ho cercato di farlo sorridere. “Che fai? Dai su...”».

Un peso sullo stomaco enorme e una voce. Era una volontaria. «Non potrò dimenticare quel momento. Mi ha detto: “Salutatevi, non si sa come può andare”. L’ho fatto. Chissà se a quel punto mio zio si rendeva conto della situazione... È andata così. Può succedere a chiunque, di questa malattia sappiamo così poco. Ne parlo, racconto la nostra storia, perché può capitare anche ad altri». 

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