Sicurezza
Giardini e argini chiusi, ma concerie aperte e in strada c’è il via-vai di camion e furgoni
I sindaci del distretto di Santa Croce attendono sviluppi dal governo per la serrata, il loro collega di Fucecchio chiede lo stop alla produzione
SANTA CROCE. Giardini e argini dei fiumi chiusi, fabbriche aperte. C’è un paradosso evidente nella complessa emergenza legata al coronavirus. Ed è quello dei ripetuti appelli a stare a casa per i cittadini, ma con le strade piene di auto, furgoni e camion nel comprensorio del Cuoio. Chi abita nei centri collegati al settore conciario lo sa bene e in molti chiedono una serrata collettiva. I sindaci del distretto hanno lanciato un appello agli imprenditori affinché mettano in atto le misure per rispettare il decreto del governo. Ma giorno dopo giorno il disagio sembra crescere anche tra chi guida le amministrazioni comunali. «Chiudendo parchi e argini facciamo rispettare il decreto del governo in cui non c’è scritto che le fabbriche devono chiudere. E solo il governo può prendere un provvedimento simile», dice il sindaco di Castelfranco Gabriele Toti.
Nessuna presa di posizione netta, quindi, a differenza dei loro colleghi dell’Empolese Valdarno che proprio ieri hanno chiesto la chiusura delle attività produttive di beni non di prima necessità. E in questo appello sono incluse non solo le concerie, ma anche i calzaturifici e le ditte di prodotti chimici, come confermato dal sindaco di Fucecchio, Alessio Spinelli: «Credo che sia giusto valutare lo stop alla produzione di realtà non indispensabili. Vedere auto, camioncini e furgoni in giro quando si chiede alle persone di stare a casa è veramente un paradosso. Senza una fermata questo virus non si ferma».
Posizione netta e chiara che la dice lunga sul clima che si respira nel comprensorio del Cuoio. La sensazione è che sindaci e imprenditori aspettino notizie da Roma. Ed è anche comprensibile, visto la complessità della situazione. «Non abbiamo strumenti per chiudere le aziende – dice la sindaca di Santa Croce, Giulia Deidda –. Abbiamo fatto appelli ripetuti alle persone affinché restino in casa e agli imprenditori per far sì che nelle aziende ci sia il massimo rispetto delle normative del governo. E chi non riesce a garantire la sicurezza e la salute dei lavoratori può considerare gli strumenti normativi inseriti nel decreto. Di più non possiamo fare. Certo, sarei più tranquilla se da Roma arrivassero segnali diversi. Ma al momento non ci sono e dobbiamo attenerci alle regole».
Maila Famiglietti, presidente dell’Associazione Conciatori di Santa Croce, parla di un contesto difficile anche per gli imprenditori: «Siamo preoccupati, inutile negarlo. Ma come ente di categoria non possiamo ordinare la chiusura delle aziende. Come consiglio d’amministrazione abbiamo lanciato appelli agli imprenditori per salvaguardare la sicurezza di tutti».
Ponte a Egola, e quindi il comune di San Miniato, vive la stessa situazione. «Il nodo da sciogliere non è da poco – dice il sindaco Simone Giglioli – ed è chiaro che chi non può mettere in atto le indicazioni del governo non può fare altro che sospendere la produzione».
Intanto, però, dalla Cgil confermano la massiccia richiesta di cassa integrazione in arrivo dalle aziende del settore conciario. Numeri che, al momento, non vengono quantificati, ma che indicano una probabile svolta nei prossimi giorni. E se all’inizio lo stop era per mancanza di lavoro, negli ultimi giorni la motivazione è legata al coronavirus e all’emergenza sanitaria che si sta sviluppando in Italia e in Toscana.
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