Sicurezza
Convivenza ai tempi del Covid-19, sfida tra claustrofobia e riscoperta degli affetti
Alberto Pirni, docente della Scuola superiore Sant’Anna, parla degli effetti su ognuno di noi da questa esperienza condivisa «Sta emergendo un imprevisto patto tra generazioni della solidarietà e della cura nei confronti della vulnerabilità»
L’intervento
Alberto Pirni
Eravamo abituati a tempi e spazi chiaramente distinti, per quanto spesso tra loro comunicanti. Eravamo abituati a ripartire la nostra esistenza quotidiana tra spazi esterni, urbani o comunque condivisi, e spazi interni, familiari e privati. Eravamo in grado di distinguere tra tempi dedicati al lavoro e tempi dedicati alla famiglia, quindi allo svago, alla cura di sé o degli altri, al raccoglimento individuale o spirituale, e via enumerando, all’interno di vite, certo anche felici, ma innanzitutto piene di ripartizioni e distinzioni molto chiare, per un verso, molto rapidamente susseguentesi, per l’altro.
Di tutto ciò, in queste settimane particolari, in cui è pressoché impossibile non pensare all’ondata (vogliamo chiamarla così?) che ci ha travolto in quasi ogni momento delle nostre giornate, dobbiamo necessariamente parlare usando un tempo verbale al passato. È come se stessimo vivendo in uno spazio/tempo di cesura, di faglia, di distacco, tra un prima e un poi, tra un “già” e un “non ancora”. Ci troviamo in mezzo, in un “tra” qualcosa che conoscevamo benissimo e qualcosa che abbiamo appena iniziato a esperire e vivere, nel nostro quotidiano.
Siamo in questi momenti invitati a lavorare dove prima avevamo i nostri tempi familiari, a condividere tempi con i nostri cari in mezzo a pc o altri mezzi di comunicazione tanto utili quanto invadenti un’intimità domestica che non esiste più, o quantomeno fa notevolissima fatica a mantenersi tale. La sfera personale, financo la più intima dei nostri cari, è spesso e di necessità condivisa per un numero di ore al giorno del tutto inedito e davvero impensato, fino a poco tempo fa. È inutile girarci intorno: stiamo vivendo una vera e propria rivoluzione della nostra quotidianità, dai potenziali effetti claustrofobici, anche sul piano degli affetti più cari, che siamo ben distanti dall’aver compreso e saper valutare. Si tratta di uno stravolgimento repentino, certo non desiderato e tuttavia imposto dagli eventi e, ad ora, sopportato da un’intera comunità nazionale con grande - confidiamo sempre più uniforme e forte - senso di responsabilità.
Per alcune professioni questo è più evidente: non so quante persone hanno visto, sullo sfondo delle riunioni o lezioni che ormai regolarmene teniamo davanti ad uno schermo, la libreria del mio studio e i suoi più o meno attraenti soprammobili. Per tutti è comunque cambiato molto: anche il non poter condividere tempi in presenza con colleghi e amici ed essere costretti a farlo solo con pochi, pochissimi familiari è un cambiamento rilevantissimo.
In mezzo a tutto ciò, la confidenza con noi stessi, la nostra capacità del latino “otium”, ovvero di un operoso riposo, dedicato ad una rigenerazione delle nostre energie migliori o alla formazione e al consolidamento di nuovi interessi, rischia di essere risorsa alla quale non sappiamo attingere. L’educazione al “far nulla” rischia di finire in ore trascorse davanti ad un social network senza la possibilità di rigenerare poco altro, al di là del nostro stato d’ansia.
Dovremo pensare a lungo su come meglio spendere questa reale “sovrapposizione” tra spazi e tra tempi che ha sostituito quella “comunicanza” alla quale eravamo tanto sinceramente affezionati nell’epoca ante-coronavirus. Si apre da qui, credo, una nuova e forse ancor più complessa “sfida della convivenza”, per riprendere un lemma al quale sono particolarmente legato, che certo abbisogna di innovativa attenzione, anche dal punto di vista della ricerca, naturalmente. Si tratta non solo di convivere con altri negli stessi spazi e negli stessi tempi, ma anche di far convivere diversi spazi negli stessi tempi, o diversi tempi negli stessi spazi.
Non sarà semplice articolare questa sfida, comprenderla al fondo (certo a partire dall’assunto che un fondo vi sia) e, soprattutto, provare a riscontrarla, al meglio delle nostre capacità individuali e di gruppo. Quanto si richiede è forse e innanzitutto la posizione di una domanda di giustizia e una sua risposta all’altezza della posta in gioco. Si tratta di una domanda che potremmo dire di “giustizia sanitaria”. Essa riguarda certo e innanzitutto il diritto (costituzionale) alla salute e la certezza dell’equità di trattamento sanitario su tutto il territorio nazionale (è questo un obiettivo né facile né chiaramente e una volta per tutte raggiunto).
Ma quella domanda implica anche un altro versante, quello che potremmo chiamare un inedito e fin qui imprevisto patto tra le generazioni. È necessario che le generazioni più giovani diventino prima e ancor più solidamente “adulte”, che sappiano assumere i valori del rispetto, della solidarietà e della cura nei confronti della vulnerabilità non come un “dover essere” di cui ci si farà carico “quando saremo più grandi”. “Lo sappiamo: dovremo essere più responsabili, quando saremo adulti ma, adesso, lasciateci divertire!”. È questa una frase e il segno di una consapevolezza generazionale che non possiamo più permetterci.
È ormai chiaro che il peso più grande di questo presente lo stanno sopportando le generazioni della compiuta età adulta e più anziane. Semplicemente, non è giusto chiedere loro un sacrificio in nome di un qualche assunto come “tanto per me sarebbe solo un’influenza o poco più”.
Certo, si tratta di tante sfide, troppo rapidamente apertesi di fronte a noi, troppo urgentemente richiedenti una risposta. Proviamo a pensarle, dedicando ad esse il miglior “ozio” di cui siamo capaci. Solo la condivisione di piccoli segmenti di soluzione potrà contribuire alla costruzione di una linea solida per il futuro, al programma condiviso di una nuova etica intergenerazionale che dobbiamo assumere come il compito più rilevante, in e per questo tempo. —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
