Era il 20 dicembre, il pregiudizio nacque sulle strisce pedonali
È un venerdì subito prima di Natale, precisamente il 20 dicembre; l’aria è frizzante e c’è una lieve pioggerella.
Una delle classi nelle quali insegno italiano e storia in un istituto tecnico di Lucca, incoraggiata dalla dirigente scolastica, partecipa alla presentazione di un report “antibullismo” dell’Unesco nella chiesa sconsacrata di San Francesco.
Sulla via del ritorno, a due passi dalla scuola, il nostro ondivago e irregolare gruppo si avvicina alle ampie strisce pedonali che attraversano i viali esterni alle mura, nei pressi della stazione.
Io sono in fondo alla fila ma, con la coda dell’occhio, qualcosa mi colpisce, anche se non so ancora bene di cosa si tratti. I ragazzi sembrano essersi “ammassati” tutti sul lato destro, in attesa del verde. Ponendo ancora maggiore attenzione, noto che, sul lato sinistro, sempre sul ciglio dell’attraversamento pedonale, ci sono tre figure. Hanno i tratti vagamente orientali (cinesi, coreani, giapponesi, chissà…) e, avvicinandomi, vedo che portano una mascherina bianca che copre loro naso e bocca.
Per una ragione antica, irrazionale, pur essendo ancora essi pressoché di spalle rispetto a noi, la fila dei ragazzi si è discostata da loro il più possibile…
Giorni dopo, quando il parlare e lo straparlare del coronavirus diventò, esso sì, invasivo, ho provato a far riflettere la classe su quanto avvenuto. La maggior parte di loro, del resto, nemmeno ricordava l’episodio.
Si tratta solo di un paio di mesi fa ma, allora, di questo tema si cominciava appena ad avere notizia, con pochissime certezze e pochissimi contagi acclarati, unicamente all’estero.
Eppure da questo sento emergere una considerazione. Quanto può sorgere istintivo e subitaneo un pregiudizio? Legittimato o meno da qualcosa del quale si sa poco o niente? Quanto abbiamo direi “bisogno” di aver paura, di trovare un contagio, un nemico rispetto al quale alzare le nostre difese e rivolgere i nostri strali?
Speriamo che questa epidemia velocemente globalizzantesi sia al più presto individuata, circoscritta e resa inoffensiva.
Quello che però ci potrebbe insegnare questa insolita situazione di allarmismo sociale e massmediatico è che da una cosa dobbiamo sempre e comunque difenderci; dalla generalizzazione, dalla paura del diverso da noi, dalla paura della vicinanza dell’altro.
Perché io, ad esempio, preferisco sentirmi in un continuo rischio di “contagio affettivo” (se mi viene consentito il lirismo) che rassegnarmi all’isolamento esistenziale verso il quale il contesto sociopolitico nel quale viviamo ci sta spingendo.*docente residente a Pisa
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