Il Tirreno

Pisa

La vita prudente dei collegiali «Il virus cambia le abitudini, ma vogliamo andare avanti»

Giuseppe Boi
La vita prudente dei collegiali «Il virus cambia le abitudini, ma vogliamo andare avanti»

Il normalista Nicolò Campodonico e il santannino Tommaso Sacconi raccontano la vita nei collegi per l’allerta: «Tutto è diventato più lento» 

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Il racconto

Nei corridoi sono comparsi già da giorni i distributori dell’amuchina. I decaloghi con le norme di comportamento sono ovunque. Nelle biblioteche e a mensa si rispettano le “distanze di sicurezza”: il famoso metro previsto dalle misure precauzionali. Poi ci sono le stanze, tutte singole e in cui si possono consumare anche i pasti, che rappresentano un’oasi sicura anche per i pochi timorosi. Nei collegi universitari della Normale e della Sant’Anna la vita prosegue tra libri e ricerche, ma l’allerta coronavirus si sente e la vita degli studenti è cambiata «o meglio è diventata prudente».

Proprio prudenza è l’aggettivo usato dal normalista Nicolò Campodonico. «La situazione è cambiata e lo si avverte fisicamente – racconta –. La situazione è presa sul serio, già da tempo la Scuola ci ha inviato le norme precauzionali e c’è un gruppo di lavoro sul coronavirus a cui fare riferimento. Per fortuna questa allerta cade in un periodo di studio intenso per gli esami interni da aprile, ma tutte le attività didattiche e nei collegi sono all’insegna della prudenza».

I collegiali continuano a studiare insieme, ma tutti evitano gli “assembramenti”. «Non ci sono paure, né tanto meno psicosi – precisa Nicolò –. A cambiare è stata soprattutto la vita esterna: non solo perché non ci sono più le lezioni in università, ma anche perché nei momenti di svago non si preferisce una passeggiata ad una serata in un locale pubblico. In ogni caso nessuno è tornato a casa, anzi oggi giorno viviamo i collegi come dei porti sicuri».

Un concetto ribadito anche da Tommaso Sacconi, studente della Scuola superiore Sant’Anna. «Si nota l’assenza di alcuni studenti che vivono nel nord Itali e hanno deciso di restare lì per il rischio, reale o presunto, di aver contratto il virus, ma c’è anche chi ha deciso di non tornare a casa e rimanere nei collegi perché qui ci sentiamo sicuri – racconta –. Qui la vita sta cambiando piano piano, ma senza dramma. C’è un rallentamento generale: la mensa era un luogo molto affollato, mentre ora si sta in meno e un po’ distanti gli uni dagli altri; stesse cose nelle biblioteche dove rispettiamo le misure minime; alcuni stanno più nelle camere, ma non vivono certo da reclusi».

Anche il santannino sottolinea come il problema sia all’esterno: «A nessuno piace vivere in un Paese chiuso. Siamo consapevoli che è un momento delicato, ma siamo anche fiducia nel sistema e c’è tanta voglia di andare avanti». Un sentimento che vivono anche dal cugino della Normale: «Dallo stupore iniziale siamo passati alla consapevolezza che anche un evento come questo può non essere trattato come una rivoluzione. Lo dimostra il fatto che gli studi proseguono. E questa è una certezza garantita». —

Giuseppe Boi

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