Il Tirreno

Pisa

«Non baratto un grammo di riduzione di Co2 in cambio di facili consensi momentanei»

Cristiano Marcacci
«Non baratto un grammo di riduzione di Co2 in cambio di facili consensi momentanei»

L’architetto Alessandro Melis, docente all’Università di Portsmouth e curatore del Padiglione Italia alla prossima Biennale di Venezia, difende la “sua” creatura, più volte in questi giorni finita al centro delle polemiche per anti-esteticità

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l’intervista

L’atto di difesa del nuovo polo universitario “San Rossore 1938” di via Trieste è firmato da uno dei suoi “padri”, l’architetto Alessandro Melis, docente all’Università di Portsmouth e nominato da nemmeno un anno curatore del Padiglione Italia alla Biennale di Architettura di Venezia dal ministro dei Beni culturali. A parlare è uno dei progettisti della struttura inaugurata nei giorni scorsi e più volte finita al centro delle polemiche per la sua presunta anti-esteticità. Tra le voci più critiche anche quella dell’assessore comunale all’urbanistica, ingegner Massimo Dringoli.

Architetto Melis, quali considerazioni si sente di poter fare rispetto alle critiche che hanno riguardato la struttura?

«Oggi sappiamo che è necessario un cambio di paradigma se vogliamo davvero rispettare l’ambiente. Il paradosso di questa fase storica è che, numeri alla mano, ciò che ci rassicura visivamente, perché familiare, rappresenta anche la principale minaccia alla nostra sopravvivenza. Un bel dilemma inconscio, per alcuni di noi. Durante il progetto mi sono domandato più volte che aspetto dovrebbe avere un edificio che trasmetta il senso della storia dell’ateneo pisano e della città di Pisa, e che trasmetta un senso di sicurezza rispetto ad un ambiente che sarà sottoposto a condizioni climatiche estreme adesso sconosciute. Su questo fronte, con molto orgoglio, posso dire che l’SR1938, non fa sconti a nessuno. Non è un’architettura che indulge nell’autocompiacimento da archistar: è semplice e lineare, e ci sbatte in faccia, per contrasto, il senso di mancanza di resilienza della società che ci circonda, disposta a sacrificare la salute e la sopravvivenza delle generazioni future, in cambio di un’immagine rassicurante, ma inutile, o, peggio, estremamente pericolosa. Il nostro è un progetto rigoroso e deciso nell’affermare che non si deve barattare un grammo di riduzione di Co2 in cambio di facili consensi momentanei».

Quindi, secondo lei la struttura non stona rispetto al contesto?

«Riguardo all’inserimento del polo SR1938 nel contesto dell’architettura storicizzata di Pisa, si è proceduto secondo gli indirizzi più autorevoli della teoria della conservazione: è stato fatto un approfondito e dettagliato lavoro di analisi delle proporzioni e delle tipologie locali, soprattutto dei modelli medievali e lorenesi, che ci parevano i tratti più densi di significato, in questo contesto. Non ricordo molti altri precedenti locali in cui l’edificio sia stato suddiviso in blocchi cosi chiaramente ispirati nelle proporzioni, negli allineamenti, nelle impronte, e nel ritmo delle aperture, ad un campione di architettura storica pisana e alle mura medievali. Tutto questo senza indulgere nell’inserimento di elementi di autoreferenzialità da parte dei progettisti».

Altre cose che disturbano sono l’uso del cemento armato e l’assenza di decorazione...

«Non è mia intenzione discutere in senso generico sull’estetica dell’architettura, sulla quale giustamente ognuno ha diritto di esprimere un giudizio o una critica. I capolavori del passato che hanno attraversato le forche caudine della critica del vicino non si contano. Dobbiamo, però, ricordarci che l’idea antistorica del mimetismo, del finto rispetto dell’antico attraverso decorazioni e materiali tradizionali, è un approccio al contesto che storicamente è stato abbandonato da due secoli, rispetto alla consolidata pratica, per esempio, di usare il cemento facciavista, così come i colori neutri e l’assenza di decorazioni, per ottenere un sottofondo neutro, nel rispetto del contesto. Anche su questo la letteratura è infinita. Da qui la scelta di coinvolgere uno dei maestri di questa visione misurata e attenta al contesto, cioè Roger Diener, autore appunto di capolavori riconosciuti, come l’ambasciata svizzera di Berlino, che, di fronte alla Porta di Brandeburgo, riproduce esattamente lo stesso approccio progettuale utilizzato per l’SR1938: rispetto delle proporzioni e delle forme e minimalismo espressivo nel rispetto dei valori dell’architettura storicizzata adiacente. Identità e familiarità sono due termini diversi, come ci insegnano i sociologi dell’urbanistica, e su questo equivoco si sono fatti errori madornali durante la fase storica del postmodernismo e del new urbanism. Per essere chiari, riprodurre oggi pedissequamente l’estetica di un’architettura di Brunelleschi, non equivale ad evocarne lo spirito che era, invece, quello di distaccarsi dall’estetica medievale e di rivoluzionare la convenzionale percezione dell’architettura praticata fino ad allora».

E alle critiche sulla scarsa partecipazione cosa risponde?

«Riguardo alla partecipazione, di cui sono notoriamente un sostenitore, con una discreta esperienza di ricerca a riguardo, trovo curioso che si sollevi la questione rispetto ad un edificio con un percorso di oltre dieci anni condiviso con le istituzioni, e con un orientamento pubblico cosi incisivo. Lo scopo della partecipazione è quello di capire i bisogni e le esigenze della cittadinanza, non i gusti del momento. Anzi, proprio per questo si adottano strumenti di comunicazione tali da rendere il dialogo costruttivo per tutte le parti e anche per informare le persone di quelle che sono le politiche delle istituzioni tese al bene comune. La partecipazione è una cosa seria. Se consideriamo fin troppo radicale un edificio che, in fondo, pedissequamente risponde ai requisiti fondamentali dell'architettura sostenibile, e facendolo mette in discussione quel senso rassicurante di familiarità con l'oggetto architettonico, che ha caratterizzato il tessuto urbano fino ad oggi, quanti anni dovremo aspettare per vedere realizzati modelli più radicali di architettura, capaci di integrare, per esempio, i fondamentali obiettivi sulla biodiversità così come indicati dalle Nazioni Unite?». —

Cristiano Marcacci



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