Trasporti
Ospedale condannato a maxi risarcimento
L’Azienda di Cisanello verserà 630mila euro al marito e ai due figli di una donna morta nel 2008 in corsia
Non ci sono solo i danni patrimoniali. Il Tribunale ha riconosciuto anche una lesione che non lascia cicatrici visibili. Ma colpisce duro nella privazione dei sentimenti.
È una sentenza che riconosce una cifra importante al marito e ai due figli di una donna deceduta per errori medici: oltre 630 mila euro. Circa 15mila euro l’Azienda ospedaliera deve versarli anche all’Asl che aveva citato in giudizio e che invece non ha responsabilità nella morte della paziente avvenuta nel settembre 2008. Il contenzioso inizia nel 2014. La vittima di quella che secondo il marito e i figli è stata una negligenza sanitaria consumata durante il ricovero in ospedale era una pensionata. Dopo aver valutato l’opportunità di un’azione legale si rivolgono a un avvocato e sulla scorta di una consulenza medica di parte citano in giudizio l’Azienda ospedaliera. Che in primo grado soccombe.
A pesare in modo determinante è la consulenza tecnica d’ufficio disposta dal giudice. Il professionista nominato dal Tribunale mette in fila gli errori compiuti dai medici e consegna di fatto la vittoria ai familiari della paziente deceduta. L’Aoup si confronta tra ufficio legale e comitato gestione sinistri per valutare eventuali ricorsi in appello, ma il consiglio che arriva dai sanitari specializzati nell’esame del danno a livello medico consigliano di lasciar perdere.
Non ci sono le condizioni, è il ragionamento degli uffici aziendali, per duellare di nuovo davanti a un altro Tribunale. Difficilmente la sentenza verrebbe ribaltata. E così si arriva all’esecuzione della sentenza che il giudice del Tribunale civile specifica nel tenere fuori dal risarcimento i nipoti della defunta «non avendo gli attori assolto all’onere di allegare e provare i caratteri della relazione della signora con i nipoti, la domanda di risarcimento del danno da perdita del rapporto parentale».
Al vedovo e ai due figli non viene riconosciuto il danno non patrimoniale, ma anche quello conseguente alla lesione del diritto all’autodeterminazione. Per il Tribunale è mancato in maniera sostanziale il consenso informato alla paziente ai suoi familiari al momento di indicare i potenziali rischi delle soluzioni chirurgiche che poi hanno provocato la morte della donna. —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google