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Coronavirus, la docente: «Emerge tutta la nostra vulnerabilità, mentre viene meno il “Prima gli italiani”»
Anna Loretoni, docente di filosofia politica alla Sant’Anna di Pisa, analizza gli effetti dell’emergenza sulla società italiana e pisana: «La paura non va stigmatizzata, ma questo evento può far recuperare il rapporto di fiducia tra cittadino, Stato e saperi»
PISA. Il contagio è arrivato anche in Toscana, a pochi chilometri da Pisa. L’avvicinarsi del coronavirus rende il problema sempre più tangibile. Già prima dei casi a Pescia e Firenze, anche nel nostro territorio c’è stato l’assalto agli scaffali dei supermercati, così come sono andate esaurite le scorte di mascherine nella farmacie e i flaconi dell’Amuchina. Come molti italiani, anche tanti pisani e toscani vivono nella paura. Un sentimento forse immotivato o eccessivo, ma che va compreso. E a dare una risposta al Tirreno è Anna Loretoni, docente di Filosofia politica all’istituto Dirpolis e preside della classe accademica di Scienze sociali alla Scuola superiore Sant’Anna, che nelle sue ricerche ha affrontato il fenomeno della vulnerabilità e delle paure a livello psicologico nella società. Un’intervista che parte da un punto fermo: «Non mi sembra utile stigmatizzare comportamenti come la corsa alle scorte di cibo e la paura che l’accompagna. L’individuo è anche un essere irrazionale. L’esperienza collettiva che stiamo vivendo in questi giorni fa emergere la nostra vulnerabilità, il nostro non essere immuni, mette fuori gioco tante certezze e soprattutto un sentire comune diffuso: la percezione della sicurezza».
Cosa sta accadendo nella nostra società?
«Il problema è che non siamo abituati a convivere con la fragilità che caratterizza la condizione umana. Il coronavirus fa emergere con forza questo dato, capovolgendo il quadro delle situazione».
Cosa è cambiato?
«È venuta drammaticamente in evidenza una nuova relazione tra individui e mondo, secondo la quale non ci sentiamo più invincibili, ma tutti egualmente esposti al rischio. Quando la vulnerabilità e la contaminazione diventano un fenomeno concreto emergono tutte le paure, i dubbi e le incertezze. Uomini e donne sono esseri irrazionali, i cui comportamenti talvolta sono incontrollabili».
Perché?
«Quando la vulnerabilità e la contaminazione diventano un fenomeno concreto emergono tutte le paure, i dubbi e le incertezze. Uomini e donne sono esseri irrazionali, i cui comportamenti talvolta sono incontrollabili».
Insomma, arginare sentimenti come la paura è difficile se non impossibile.
«Il coronavirus ci accomuna tutti senza distinzioni di razza, sesso, ceto, religione e, soprattutto, senza badare ai confini fisici degli stati nazionali».
Eppure tanti cittadini e alcune forze politiche, puntano proprio alla chiusura dei confini per contrastare il diffondersi del contagio.
«Il coronavirus è una sfida globale. Questa epidemia deve farci capire che siamo tutti parte di una “involontaria comunità di rischio”. La sfida non è salvarci singolarmente, ma evitare tutti insieme che il virus cresca e si propaghi. Quello che in questi giorni fanno le istituzioni è giusto ed è dettato dalla prudenza, anche se spesso genera timori anziché rassicurare».
Per quale motivo?
«Emerge in tutta evidenza il fatto che le risposte dei singoli Stati sovrani non possono che essere deboli e parziali. Servirebbero soluzioni assunte a livello di istituzioni sovranazionali, internazionali o globali. Senza dubbio anche la dimensione locale è importante, ma solo se inserita in un contesto più ampio e condiviso».
Vale a dire?
«Valutiamo ad esempio l'effetto che ha avuto il blocco dei voli dalla Cina da parte dell’Italia. Non è detto che abbia limitato il contagio, visti i dati quantitativi degli infettati nel nostro paese. E tutto questo aumenta il disorientamento e i timori».
Non a caso il turismo internazionale sta crollando con gravi danni per l’economia al punto che si prevede una recessione economica.
«il rischio economico accresce la preoccupazione, e peserà molto quando la paura del contagio sarà venuta meno e rimarranno a lungo le rovine di un’economia già in difficoltà».
Le barriere che noi volevamo costruire vengono ora erette contro gli italiani.
«Ci troviamo di fronte a un'inversione dello stigma. Ora siamo noi italiani ad essere bloccati alle frontiere. Siamo noi ad essere individuati all'estero come un pericolo. Siamo noi gli untori».
Un ribaltamento totale di prospettiva.
«È come se il messaggio populista, che chiedeva di chiudere i confini, si fosse rivoltato contro chi lo invocava. In più ad essere “respinti” e a essere considerati più a rischio sono paradossalmente gli italiani del nord. Mi pare che a crollare sotto i colpi dell’epidemia sia il “prima gli italiani”. Mai servirsi dei pregiudizi».
Dal coronavirus siamo passati al populismo.
«Certo. Ciò che sta emergendo è quanto sia sbagliata l’idea dell’uno vale uno, la denigrazione delle competenze, a partire da quelle mediche. Dobbiamo seguire le indicazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità, dobbiamo affidarci a chi ha conoscenze per farci guarire o per evitare di contagiare o essere contagiati. La sfida populista al sapere è pericolosa per tutti. Non si guarisce da una malattia con il semplice buon senso o il sentire comune. E infatti oggi non vi è traccia nel dibattito pubblico delle posizioni “no vax”».
In tutto questo poi ci sono i media e i social network.
La stampa, va detto, non svolge sempre un ruolo appropriato. Il surplus di informazioni in cui siamo immersi porta alla ricerca del sensazionalismo a tutti i costi. I social media poi hanno la particolarità di diffondere con grande velocità e senza controllo notizie o opinioni personali più o meno fondate. Aumentano la diffusione di tutte le informazioni e noi siamo deboli e potenziali vittime. Insomma, quanto sta accadendo per il coronavirus non può che riportarci a riflettere su temi più ampi come la post verità e le fake news. Ma attenzione: Facebook, Instagram, Twitter, WhatsApp e via dicendo non fanno altro che amplificare su piattaforme virtuali ciò che è già parte della nostra vita. Sono un volano, non la causa».
Sembra quasi che la società si stia avvitando intorno ai suoi stessi problemi. Come ne possiamo uscire?
«In realtà la stessa esperienza del coronavirus può essere un’occasione per provare a ristabilire un rapporto di fiducia tra cittadini, istituzioni, saperi».
In che modo?
«Se le istituzioni riusciranno, come stanno facendo, a contenere gli effetti dell’epidemia potranno riconquistare la fiducia degli italiani. Fare bene le cose, dimostrare concretezza e permettere a tutti di verificare il ruolo della conoscenza. Non un ruolo astratto, ma concreto e utile. Il tutto senza che nessuno, tanto i singoli quanto le istituzioni, dimentichi però la nostra intrinseca vulnerabilità». —
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