Gioco
Quelle assi di legno che si fecero sci e che permisero di volare al Falco di Oslo
Nel 2020 ricorre il centenario della nascita di Zeno Colò. La famiglia pisana dei Cambi fu la sua fornitrice di fiducia
«Senza sci, Zeno è come un uomo senza gambe».
Era disperato il giovane Colò. I suoi sci, gli unici che aveva a disposizione, erano andati distrutti. Lo schianto contro un albero durante una discesa dalla Selletta rischiava di mettere fine a quel sogno che avrebbe trasformato quel sedicenne in una leggenda dello sci. Più che fisico, il dolore era alimentato dalla disperazione di non poter comprare altri sci. L’incontro, casuale, tra la madre del giovane abetonese e un imprenditore pisano cambiò però il destino di Zeno Colò e contribuì a scrivere una pagina di storia. Anzi, a comporre i capitoli di due distinti libri che, intrecciati tra di loro, hanno dato lustro alla montagna pistoiese e a Pisa.
Già, perché se il nome di Zeno Colò è legato alle innumerevoli vittorie in ambito nazionale ed internazionale (soprattutto quella alle Olimpiadi del 1952 a Oslo, da qui l’appellativo di “Falco di Oslo”), la sua storia sportiva (e non solo) ne racchiude un’altra fatta di passione, ingegno e successi imprenditoriali. Quella della ditta Cambi di Pisa, piccolo laboratorio di falegnameria che nel corso dei decenni diventò una delle principali aziende produttrici di sci. Una lavorazione iniziata sulla scia delle pressioni di un gruppo di amici dell’Abetone che a più riprese invitarono Raffaello Cambi, grande appassionato di montagna e buon sciatore, a sfruttare le conoscenze artigianali e le attrezzature per costruire sci. Un “consiglio”, diventato sempre più insistente, che convinse Cambi a dirottare quattro operai della ditta paterna alla produzione di sci. Sci da salto, semiprofessionali, destinati al “popolo”. Sci nati dall’ingegno artigianale. Lavorati a mano che ben presto finiranno ai piedi di Colò, accompagnandolo in tutti i suoi successi sportivi.
Era disperato Colò, ma l’incontro casuale tra la madre del giovane atleta e l’imprenditore appassionato di montagna riuscì a trasformare quell’incidente nel prologo di una carriera di successi, legata sempre a quegli sci “made in Pisa” che rappresentarono una “rivoluzione” nella disciplina sportiva. «Mio figlio è disperato. Senza sci è come un uomo senza gambe», le parole con le quali la donna riuscì a strappare una promessa all’imprenditore mentre, ai piedi delle due piramidi dell’Abetone, osservava il cielo per valutare una possibile discesa sul manto di neve. Era l’inverno del 1936. Dopo pochi giorni, Cambi le consegnò in regalo un nuovo paio di sci. Interamente realizzati a mano. Pezzo per pezzo, centimetro per centimetro. Un regalo che inaugurò una lunga stagione di successi e di una collaborazione che fece conoscere alla ditta Cambi un vero e proprio boom. E più il campione abetonese collezionava vittorie e più la produzione di sci dell’azienda pisana lievitava, soprattutto grazie alle innovazioni che gli operai riuscirono ad apportare a quella produzione che rimase sempre artigianale.
«Era l’unica azienda italiana, o comunque una delle pochissime, a realizzare sci – racconta Franco Cambi, bisnipote di Raffaello – e rappresentava quasi una contraddizione: sci da neve prodotti a due passi dal mare».
La ditta Cambi è stata la prima a produrre sci piatti, la prima ad apportare una soletta di plastica sul fondo degli sci e la prima azienda ad aver eliminato il “naso” dalla punta. Nel 1951, la ditta Cambi costruì inoltre il primo sci rivestito in plastica che Colò “inaugurò” vincendo la discesa dell'Arlberg-Kandahar. «Per tutta la carriera Colò utilizzò sci prodotti dalla ditta Cambi e il suo dominio a livello internazionale fece sì che il nostro marchio diventò il più ambito – prosegue Cambi –. Diventammo anche consulenti di Zeno che, in realtà non scelse mai uno sci, ma si limitava solo a suggerire qualche miglioramento».
Un “matrimonio” quello tra Colò e la famiglia Cambi che contribuì ad unire due gloriose storie: l’ingegno degli artigiani pisani e le imprese sportive del “fulmine dell’Abetone”. —
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