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Pisa

Prof e ricercatori in piazza a Pisa dopo le dimissioni del ministro: «Noi, precari e con stipendi da fame»

Giuseppe Boi
Prof e ricercatori in piazza a Pisa dopo le dimissioni del ministro: «Noi, precari e con stipendi da fame»

"Lavoriamo solo per il curriculum". In piazza Dante e davanti al rettorato la protesta di dottori di ricerca, assegnisti e ricercatori a tempo determinato dopo l'addio del ministro Fioramonti, che ha lasciato lamentando i mancati finanziamenti a università e scuola.

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PISA. «Ma avete idea di quanto sia pagato per insegnare all’Università? Seicento euro, naturalmente lordi, all’anno. Se vado a lavorare è solo per poterlo scrivere sul curriculum, ma con queste cifre non pago nemmeno le bollette». Che l’università in Italia sia finanziata poco e male è cosa nota. Che insegnare in un ateneo garantisca guadagni inferiori a quelli di un rider fa riflettere. E tanto. Perché lo sfogo raccolto da uno dei precari presenti ieri in piazza Dante alla manifestazione dei precari dell’università è solo la punta dell’iceberg di un sistema che si fonda sul precariato e che fa leva sulle aspirazioni e speranze di dottorandi, assegnisti di ricerca, ricercatori a tempo indeterminato di fascia A e B. Un sistema che solo a Pisa, esclusi i dottorandi, interessa quasi duemila persone (vedi scheda a destra).

Ieri mattina un centinaio di precari dell’Università, della Normale e del Sant’Anna ha risposto all’appello del gruppo “Ricercatori Determinati” che vuole porre l’attenzione sullo stato dei finanziamenti pubblici all’Università italiana, denunciare la situazione lavorativa dei ricercatori italiani e proporre alla politica alcuni interventi. «Sembriamo pochi, ma solo perché siamo in periodo di esami – spiegavano ieri i presenti in piazza –. Abbiamo deciso di non far pagare agli studenti la nostra protesta. Perciò molti di noi oggi sono al loro posto in aula per consentire ai ragazzi di sostenere gli esami».

Dopo un primo comizio in piazza Dante, i manifestanti si sono messi in coda allo striscione “Divisi siamo niente, uniti siamo tutto” e hanno raggiunto il palazzo del rettorato per un sit-in di protesta e un incontro col rettore Mancarella. Una protesta composta, con toni pacati ma critici, che ha accomunato Pisa ad altre 11 città italiane (vedi articolo in basso nella pagina a destra). Una manifestazione – che ha coinvolto anche Firenze, Palermo, Bologna, Potenza, Bari, Trieste, Roma, Lecce, Perugia, Milano e Torino – indetta da Federazione lavoratori della conoscenza della Cgil (Flc Cgil) con Associazione dottorandi e dottori di ricerca in Italia (Adi) e il coordinamento universitario Link dopo le dimissioni, lo scorso 25 dicembre, di Lorenzo Fioramonti (che nel frattempo ha lasciato il M5s) da ministro dell’Istruzione del governo Conte II perché in disaccordo con le risorse stanziate nelle Legge di bilancio 2020 per l’istruzione universitaria.

«L’ex ministro chiedeva un miliardo di euro, in finanziaria sono presenti appena 5 milioni», ripetevano ieri mattina i manifestanti pisani. In realtà i numeri sono un po’ più alti, ma certo ben distanti dal miliardo richiesto da Fioramonti. La Legge di bilancio 2020 ha stanziato 5 milioni di euro per il rifinanziamento del Fondo di finanziamento ordinario per le università italiane, 31 milioni per il finanziamento delle borse di studio per gli studenti (soldi che, secondo Ricercatori determinati, sono in grado di coprire un fabbisogno di circa il 10% della popolazione studentesca) e 25 milioni per aprire una nuova agenzia (l’Agenzia nazionale della ricerca), chiamata a indirizzare le attività di ricerca in tutto il Paese.

«Una presa in giro», secondo i precari dell’università pisana che denunciano i danni causati dal «sottofinanziamento cronico del comparto universitario e della ricerca, la scarsa valorizzazione professionale del personale precario, la pressione della continua valutazione esclusivamente quantitativa della produzione scientifica (a cui non corrisponde un inquadramento lavorativo definitivo), l’instabilità esistenziale della condizione di precariato».

Tutte tematiche emerse ieri nell’assemblea pubblica che ha rilanciato a livello locale le rivendicazioni economiche nazionali e ha sottolineato come il problema non sia solo il precariato nella ricerca universitaria pubblica «ma anche le sue conseguenze individuali e collettive». Insomma: sono laureati, sono ritenuti in grado di insegnare ai laureandi e di lavorare alla ricerca scientifica, sono i così detti “cervelloni” ma vivono le stesse angosce e gli stessi drammi di tanti altri lavoratori di Pisa e del resto d’Italia. —
 

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