Il Tirreno

Pisa

Le testimonianze 

La dignità negata ai giovani docenti: «Noi allo sbando seguendo un sogno»

Giuseppe Boi

Ritmi di lavoro senza sosta, competizione continua e stress ma nessuna certezza futura: «Senza noi il sistema non va avanti, ma non ci ascoltano»

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Pisa. Stress, depressione e insonnia. Patologie da precariato comuni a tante categorie professionali. Disturbi di cui soffrono anche i quasi 2 mila precari delle università pisane. Ieri, come in altre 11 città, sono scesi in piazza per chiedere al governo più fondi per le università e la stabilizzazione delle loro situazioni lavorative. E in piazza Dante e sui lungarni davanti al rettorato sono emerse le storie di giovani “cervelloni” costretti a finire dallo strizzacervelli perché «privati di certezze e dignità inseguendo passioni e sogni».

«Viviamo nell’incertezza continua del futuro», racconta Alberto Manfreda, assegnista all’Infn. «Oggi siamo a Pisa, ma per seguire il nostro lavoro domani possiamo essere a Padova, Roma, Milano e perché no in un paese straniero – spiega –. È la nostra vita, è la ricerca, ma va riconosciuto come questa condizione non ci permetta di programmare la nostra esistenza. Siamo in piazza per chiedere due cose: il riconoscimento del fatto che siamo dei lavoratori sebbene con tutele ridotte e un percorso di reclutamento con un concorso annuale con criteri omogenei».

«Per le attività didattiche e di ricerca siamo imprescindibili, ma ci viene negata la dignità», aggiunge Francesco Padovano, assegnista all’Università di Pisa: «Vorremo ci venisse riconosciuto più rispetto professionale e umano. Lo chiediamo portando avanti un dialogo pacato e rispettoso, ma consapevoli che non è più possibile non ascoltarci. Vivere sempre con una valigia in mano non solo è faticoso, ma crea disagi esistenziali. Occorre un sistema di reclutamento che ci dia certezze, che ci permetta di sapere se possiamo proseguire nella carriera universitaria in tempi umani.

Insomma non chiedono tanto un posto fisso, quanto certezze. E l’incertezza riguarda anche le scuole d’eccellenza. «Anche noi viviamo nell’incertezza», ammette Federico Del Giudice, dottorando alla Normale: «Serve un ripensamento generale: la ricerca non può vivere sul precariato, non può basarsi su una competizione continua mettendoci in guerra l’uno contro l’altro».

«Uno sportello di supporto psicologico per i disagi che viviamo serve come il pane – conclude Armanda Cetrulo, precaria della Scuola superiore Sant’Anna –. È necessario aprire un tavolo di discussione e analisi per valutare gli elementi di stress dati da una vita condotta sempre a ritmi sostenuti e con l’incognita di un futuro incerto». —

Giuseppe Boi



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