La manifestazione
«In cella da innocenti lo Stato ci risarcisca»
Due tunisini dopo il carcere duro per le accuse di terrorismo vogliono chiedere i danni per ingiusta detenzione
pisa. Passare dagli arresti domiciliari per una storia di droga con sentenza definitiva al carcere duro, il 41 bis riservato ai mafiosi, in un penitenziario della Sardegna riservato ai detenuti accusati di terrorismo. E alla fine venire assolti dalla contestazione di voler sostenere l’Isis e le sue azioni stragiste contro l’Occidente.
Con queste premesse l’avvocato di due dei tre imputati assolti ha deciso di chiedere un risarcimento per ingiusta detenzione.
Il legale Sara Baldini annuncia di voler depositare la richiesta alla Corte d’Appello di Torino a febbraio.
È in quella città che si è celebrato il processo sulla base delle indagini dei carabinieri del Ros.
Agli arresti domiciliari per scontare una pena definitiva per spaccio furono poi accusati di essere fiancheggiatori dell’Isis e rinchiusi in un carcere di massima sicurezza in Sardegna al 41 bis.
Due tunisini hanno deciso di fare causa allo Stato italiano per ingiusta detenzione.
Nafaa Afli, 28 anni, e Marwen Ben Saad, 32 anni, difesi dall’avvocato Baldini, furono arrestati con altri due connazionali, attivi con loro su Pisa come pusher, Bilel Tebini, 30 anni, e Bilel Mejri, 27 anni, difesi dall'avvocato Massimo Parenti e anche loro assolti dall’accusa di terrorismo.
I quattro furono arrestati per una indagine del Ros di Torino ma i giudici li hanno riconosciuti non colpevoli dopo una lunga detenzione in regime di carcere duro.
«La sentenza di primo grado - spiega l’avvocato Baldini - definitiva: i termini di legge sono scaduti e non abbiamo avuto notizia di impugnazione da parte della Procura. Dunque inoltreremo la nostra causa per ingiusta detenzione alla Corte d’Appello di Torino».
Secondo il legale i due clienti «stavano già scontando una pena definitiva (patteggiamento per spaccio, ndr) ed erano già in stato di detenzione, ma si trovavano ai domiciliari. L'arresto per attività con finalità terroristiche ha significato l’ingresso in cella, in un carcere di massima sicurezza, lontano da casa e con non poche sofferenze».
Inoltre, uno dei due arrestati, infatti era in procinto di sposarsi con un’italiana (come ha poi fatto in carcere) e ha riconosciuto il figlio nato da quella relazione.
I jihadisti detenuti nella stessa sezione, secondo il difensore, lo hanno «costretto a pregare e a subire altre vessazioni, per questo esporremo alla Corte la vicenda e le conseguenze che questa ha avuto per questi uomini: riteniamo che abbiano diritto a essere risarciti». Al momento la cifra non è stata quantificata rimettendo l’eventuale importo all’esame della Corte d’Appello. —
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