Fermati prima di assaltare la banca: tre al Don Bosco
pisa. «Allora, io sto dietro alle casse, te vai nell’ufficio del direttore per sbloccare il bancomat e tu stai coi clienti». Si erano organizzati nei minimi dettagli Maurizio Pozzati, Vittorio De Vincenzi ed Emanuele Filoramo, aspiranti rapinatori con base a Pisa. Il loro obiettivo, da un mese a questa parte, era rapinare la filiale di Vicarello del Banco Bpm. E se non fosse stato per la prontezza dei carabinieri, che li stavano intercettando dopo che nelle scorse settimane avevano notato l’auto con una targa sospetta intestata a uno di loro, forse ci sarebbero riusciti.
«Che ricordi in carcere con Renatino Vallanzasca e Felice Maniero...». È venerdì 22 novembre. I tre banditi – Pozzati e Filoramo hanno 67 anni, abitano a Pisa, ma sono originari di Berra (in provincia di Ferrara) e Isola di Capo Ruzzuto, nel Crotonese, mentre De Vincenzi, 37 anni, è di Framura, nello Spezzino, e risiede Lavagna, in provincia di Genova – sono quasi davanti all’istituto di credito mentre, su un’auto appena rubata, si fregiano delle loro amicizie criminali.
Ma c’è un imprevisto. Fuori ci sono i carabinieri con una camionetta antiterrorismo. «Porca puttana, gli sbirri», «Eh ne abbiamo tre, quattro, cinque. E qui madama». C’è anche la polizia ad aspettarli. «Ci è andata di culo, porca puttana, ma ti rendi conto? Potevano essere più indietro, più avanti, proprio davanti lì. Meno male che non siamo arrivati prima, magari non c’erano e stava succedendo qualcosa, uscivamo stasera poi si mangiava in carcere». Gli investigatori – coordinati dal procuratore capo Ettore Squillace Greco – li stanno ascoltando da un mese. Seguendoli in ogni loro movimento. La svolta arriva quando i carabinieri del Nucleo investigativo di Livorno, guidati dal maggiore Michele Morelli, sentono scarrellare una pistola. È il segnale che i banditi sono pronti a entrare in azione. È venerdì. Si presentano fuori dalla filiale su una macchina rubata qualche giorno prima a Stagno, sempre nel comune di Collesalvetti. Due passaggi andati a vuoto, visto che le forze dell’ordine sono lì proprio per evitare che entrino in azioni, che precludono l’arresto. Così, stupiti e arrabbiati, vanno via. Si rifugiano nel covo pisano di via Paolo VI, vicino all’ospedale di Cisanello. È qui, mentre si sentono al sicuro e l’adrenalina è calata sotto i livelli di guardia, che finiscono nel carcere Don Bosco. I tre sono difesi dall’avvocato Maria Concetta Gugliotta. —
Stefano Taglione
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