Sicurezza
«La mamma e il vicino di casa si insultavano, li dividemmo»
Il racconto dei poliziotti nel processo per la storia della bimba venduta per droga La difesa dell’uomo: «Tolse le mutandine per verificare i sospetti sui familiari»
PISA. «Quando arrivammo nel palazzo dovemmo dividere la mamma e il vicino. Si stavano insultando. E alle finestre c’era tutto il quartiere».
Sono stati sentiti due dei poliziotti che la sera del 15 ottobre 2016 intervennero dopo la telefonata al 113 della madre di quella che, secondo l’accusa, era una bimba di 4 anni violentata dall’amico di famiglia.
È un processo che ancora deve entrare nel vivo, ma che già con i capi d’accusa a carico dei tre imputati dà il senso di un contesto familiare degradato. A giudizio in Corte d’Assise (presidente Dani, a latere Messina) ci sono i genitori della piccola. Lui 37 anni, lei 27. Entrambi con problemi di tossicodipendenza e a cui il Tribunale ha tolto quattro figli. Sono assistiti dagli avvocati Niccolò Lombardi Sernesi e Letizia Merciai. Il terzo imputato è un 46enne, con precedenti per spaccio, difeso dall’avvocato Antonella Antonelli. Le accuse sono di atti sessuali con minorenni in concorso, riduzione in schiavitù in concorso e spaccio di sostanze stupefacenti. Pm Eligio Paolini della direzione distrettuale antimafia competente per il reato di riduzione in schiavitù. Ai tre imputati viene contestato di «aver esercitato nei confronti della minore poteri corrispondenti a quelli del diritto di proprietà. Il padre e la madre vendevano la bambina allo spacciatore affinché questi ne abusasse sessualmente, previo ottenimento in corrispettivo di dosi di sostanza stupefacente e mantenevano la minore in uno stato di soggezione continuativa costringendola a prestazioni sessuali». Il papà e la mamma avrebbero «violato i doveri di protezione e garanzia derivanti dal loro ruolo di esercenti la responsabilità genitoriale». Una tesi respinta dai genitori che sostengono di aver denunciato il vicino di casa dopo che la mamma era andata a riprendere la bimba nell’appartamento dell’uomo trovando le mutandine della piccina indossate al contrario. Opposta la linea della difesa dell’uomo. Nel corso degli interrogatori il 46enne ha sempre sostenuto di aver controllato la bimba nelle parti intime perché la sospettava vittima di abusi familiari. Al centro del processo anche le consulenze dei genetisti sull’appartenenza delle sostanze biologiche trovate sul corpo della piccina.
«La donna ci riferì che il vicino di casa le aveva offerto dei giocattoli per la figlia – ha spiegato un agente –. Poi ci disse che non le quadrava tanto quel discorso ed era tornata indietro sentendo le urla della bimba. Al nostro arrivo abbiamo dovuto separare il vicino e la madre della bambina». Un altro teste ha raccontato che all’arrivo delle volanti prima alle 23 e poi alle 23,30 la bimba non piangeva, né aveva segni di ecchimosi sul corpo. Prossima udienza in primavera per sentire l’investigatore della squadra mobile che condusse le indagini e altri testi dell’accusa, tra i quali un’assistente sociale. —
Pietro Barghigiani
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