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Pisa, l'addio alla magistratura del giudice gentiluomo

Pietro Barghigiani
A sinistra il giudice Luca Salutini durante il saluto per il suo pensionamento
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A sinistra il giudice Luca Salutini durante il saluto per il suo pensionamento

Il giudice Salutini in pensione dopo 43 anni di servizio. "Coltivare sempre l'arte del dubbio"

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PISA. "Smetto questa toga dopo 43 anni di servizio. È la stessa toga regalata dai miei genitori. Mia madre mi disse: quando la indosserai sentirai le nostre braccia". Luca Salutini, il giudice gentiluomo, capace di conquistare la stima trasversale di colleghi, pm, avvocati e personale delle cancellerie, è andato in pensione. Mercoledì 9 ottobre ha compiuto 70 anni e dopo averne passati 43 in magistratura lascia la toga.

Giovedì 10 ottobre nell’aula 2 del Tribunale, mai così affollata, il saluto del magistrato al quale è stato universalmente riconosciuto l’equilibrio con cui esercitava la sua funzione di giudice. Il garbo verso testimoni e imputati, la misura nel rapportarsi alle parti processuali. È stato un saluto commosso, anticipato da un Salutini capace di svelare anche un’indole da buontempone. Come quando ha raccontato di coltivare in passato l’abitudine di realizzare finte interviste di colleghi poi impaginate come se fossero vere per prenderli bonariamente in giro. «Vengo dal contado (Capannoli, ndr) ma mi sento pisano – ha esordito –. A Pisa ho vissuto da giudice istruttore, gip e giudice momenti irripetibili. Ricordo il processo per l’omicidio di Mauro Mennucci, il terrorismo. Le tangenti per costruire la pretura di Viareggio scoperte prima di Mani Pulite. Le indagini sui finanzieri infedeli, il processo alle Cor. Anni intensi, pieni di impegno». C’era un dispiacere sincero in aula per il commiato del giudice, vinto dall’emozione al momento di togliersi la toga. «Non mi do un giudizio perché sono di parte – ha aggiunto nel suo saluto ringraziando la famiglia –. Di sicuro ho cercato di essere e di concepire la mia funzione non come una fonte di potere, ma come un servizio alla comunità. Essere imparziale e credibile. E, soprattutto, coltivare l’arte del dubbio. Avere l’umiltà di accettare i contributi che le parti processuali possono dare. Ho anche cercato di rendere comprensibili le mie sentenze. Scorrevoli e logiche nelle motivazioni. La magistratura è stata una parte importante della mia vita». Applauso finale con qualche lacrima. —

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