Il Tirreno

Pisa

Sempre pronto, sempre il primo Giacomo e l’ossessione del fuoco

P.B.

Disoccupato, viveva con i genitori, il suo mondo era il Gva “Logli” Un’iperattività sospetta nel segnalare i focolai sulle colline 

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il personaggio



Il volontariato come unico spazio sociale in cui sentiva di avere un senso. Disoccupato, viveva in casa con i genitori, quella dell’antincendio nell’esistenza di Giacomo Franceschi era la principale attività di una vita senza slanci in un paese di campagna. Aver dato la disponibilità a fare i turni notte e giorno è stato un aspetto che gli inquirenti hanno considerato come un possibile indizio. Un segnale per orientare le indagini verso chi affrontava la lotta al fuoco con un trasporto esagerato.

Era il suo mondo, ristretto nei legami in un perimetro limitato. L’impegno per il territorio, i rapporti con gli altri volontari. Un ambiente in cui si sviluppa uno spirito di gruppo, come quelli che nascono quando si condividono passioni e obiettivi. In questo contesto Franceschi si era messo in mostra per un attivismo che a volte sembrava eccessivo. Sentirsi utile, essere tra i primi ad arrivare sulle emergenze. Abnegazione irreprensibile, capacità di stare sul fronte degli incendi e fare squadra con gli altri volontari. Dopo la devastazione del 24 settembre la sua ira su Facebook contro l’autore del rogo era impastata di rabbia e vendetta.

Gli investigatori già dal giorno dopo avevano ipotizzato tre piste. Quella dei cacciatori, dei piromani conosciuti per i loro precedenti e dei volontari. E raccogliendo nell’ambiente voci confidenziali Franceschi, con altri sospetti, era finito nell’elenco delle persone da intercettare. Lo avevano descritto come un ragazzo sì volenteroso, ma che nell’enfasi di voler primeggiare per accreditarsi nel gruppo più di una volta aveva dato segnali di un protagonismo fuori luogo. Un affanno speso nella ricerca del complimento per la tempestività dell’intervento risolutivo. E così le perplessità di alcuni colleghi del Gva hanno permesso ai carabinieri di mettere nel radar dei controlli quell’uomo così iperattivo. Quasi fosse mosso da questioni personali. Un integralista della tutela ambientale.

Uno che si faceva in quattro per spegnere gli incendi, mosso da un fervore che, alla luce delle indagini, arriva a sfiorare la psichiatria oltre che sconfinare nel codice penale. È il movente che la Procura pone alla base dell’accusa: Franceschi ha acceso un piccolo rogo e poi il forte vento della serata gli ha fatto perdere il controllo dell’incendio. Avrebbe voluto segnalarlo per primo, come già in passato era successo, ma le condizioni meteo hanno fatto prendere un’altra direzione alle fiamme, quella incontrollata che ha prodotto 1.200 ettari anneriti e sedici case tra distrutte e danneggiate. In una cella del Don Bosco dal 21 dicembre, Franceschi non ha mai dato problemi, né dimostrato di soffrire in modo particolare la detenzione con richieste di aiuti. Da carcerato continua la sua esistenza laterale priva di emozioni apparenti. —

P.B.

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