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Renzi “strappa”, ma i big pisani restano nel Partito democratico

Francesco Loi
Renzi “strappa”, ma i big pisani restano nel Partito democratico

Mazzeo: tutti i riformisti in un’unica casa. Filippeschi: la scissione è un danno Ad uscire è invece Passarelli: si guarda ormai più agli equilibri che alle scelte

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PISA. Lo strappo di Matteo Renzi non si trascina dietro chissà quali schiere di adepti a Pisa e provincia. E non poteva essere altrimenti. I più renziani, a cominciare dal consigliere regionale Antonio Mazzeo, avevano dichiarato persino in anticipo di restare nel Pd. Gli altri big erano già (e lo erano diventati zingarettiani), come l’ex deputato Federico Gelli, non riproposto proprio da Renzi per il Parlamento dopo il suo no alla candidatura a sindaco.

Chi invece è pronto a seguire l’ex premier è Michele Passarelli Lio, ex consigliere comunale ed amministratore di Sepi. «Il Pd è stato casa mia da quando esiste, da segretario comunale della Margherita mi fu chiesto di essere il primo coordinatore comunale del nuovo soggetto politico, ho rappresentato il Pd nelle istituzioni e ne sono stato dirigente», scrive Passarelli. Che poi spiega: «Se devo dire il motivo per il quale seguirò Renzi in questa avventura politica è proprio per la visione di futuro che oggi, nel Pd, non è più affine alla mia. Questo partito guarda più indietro che avanti, più al suo interno che all’esterno, più agli equilibri che alle scelte».

«Io resto nel Pd», inizia così il suo intervento Antonio Mazzeo. «Matteo Renzi è stata la persona che più di tutte mi ha fatto credere che fosse possibile impegnarsi in prima persona per provare a cambiare, davvero, il modo di fare politica. Il suo progetto nel Pd (e, se abbiamo buona memoria, il progetto stesso di Veltroni alla base della nascita del Pd e prima ancora lo spirito da cui germogliò l’Ulivo di Prodi) era quello di allargare i confini del partito e coinvolgere tutti quei pezzi di società che condividono la stessa ambizione di cambiare in meglio il quotidiano delle persone, sulla base dei nostri valori fondativi, democratici e solidali. Oggi Matteo Renzi sceglie di continuare il suo percorso con un altro soggetto politico. È una scelta che rispetto, ma che non condivido perché fallisce il progetto di riunire tutti i riformisti sotto un’unica casa».

Bacchettate a Renzi arrivano dall’ex sindaco Marco Filippeschi: «La scissione è un grave errore e un danno. Ha una motivazione molto debole. Smentisce una storia che ha portato a fondare il Pd, con l’evoluzione della sinistra di matrice socialista e democratico cristiana, con l’Ulivo e con il Pd che entra con Renzi nel Pse. Semmai c’è da rifondare il Pd, aprendolo, andando oltre, accettando sfide di cambiamento radicale che le crisi globali impongono, dando questa impronta alle scelte di governo, con impegno collettivo e ritrovando passione, superando personalizzazione politica e correntismo esasperati».

Non da meno Andrea Pieroni, consigliere regionale ed ex presidente della Provincia: «Mi sembra l’ennesima conferma di una politica intesa solo come esasperato personalismo, autoreferenzialità narcisistica, incapacità di concepire la politica come gruppo, come gioco di squadra, pur non essendo sempre capitano. Zingaretti ha realizzato il miracolo di tenere unito il partito nella scelta complessa e difficile di allearsi con i 5 stelle per il governo del Paese. Renzi dice che esce dal Pd per combattere il sovranismi di Salvini. Ecco, indebolire il Pd significa andare nella direzione opposta».

Questa scissione, dice l’ex assessore Andrea Ferrante, zingarettiano della prima ora, «per quanto legittima, è un errore grave. Non ne capisco le ragioni, perché viene dopo uno dei primi periodi di relativa concordia nel partito. Non mi sembra opportuno il momento, con la nascita di un governo del tutto inedito politicamente a cui bisognerà cercare di rendere la vita meno difficile possibile». —

Francesco Loi

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