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Occupa da abusivo un alloggio Apes riconosciuto lo stato di necessità: assolto
L’appartamento fa parte del lotto dei palazzi da abbattere Il gesto dopo l’allagamento della cantina doveva viveva
PISA. Può prevalere lo stato di necessità anche quando si contesta la consumazione di un reato. E quel bisogno che ha spinto l’autore del gesto a infrangere la legge diventa causa di non punibilità.
Lo ha stabilito il Tribunale nella sentenza con la quale ha assolto un 54enne di Sant’Ermete dall’accusa di occupazione abusiva di edificio. Un verdetto che ha accolto non solo la richiesta della difesa, avvocato Tiziano Checcoli, ma anche quella dell’accusa, il pm onorario Giovanni Pepe.
L’imputato era stato denunciato da Apes nel 2013 per essere entrato in un appartamento di proprietà dell’azienda inserito in uno dei lotti destinati alla demolizione.
Quella del 54enne è una storia di profondo disagio economico e sociale. Sta aspettando il riconoscimento di un’invalidità per le sue precarie condizioni di salute che non gli permettono di lavorare. Vive grazie al reddito di cittadinanza e alla pensione sociale della mamma.
Un aiuto reciproco in un’esistenza da sempre in salita. Ma affrontata con dignità nonostante i tanti inciampi. L’uomo fa parte del comitato di lotta che alcuni anni fa entrò in una delle troppe case abbandonate del quartiere rivendicando il suo diritto a una vita decorosa.
Nel processo Apes non si era costituita parte civile. Si era limitata all’epoca alla denuncia quando scoprì l’occupazione irregolare. Una condizione di “ospite” che va avanti dal giorno della segnalazione in Procura.
Il 54enne vive ancora nell’appartamento, più simile a un tugurio che a un qualcosa che somigli a una casa.
Quell’alloggio dal cui ingresso irregolare è nato il procedimento concluso con l’assoluzione. Ci resterà fino a che non butteranno giù il palazzo.
Nel corso del processo l’imputato aveva spiegato di aver vissuto per anni nella cantina dell’appartamento Apes di 38 mq assegnato alla madre e in cui abitava anche una nipote.
Lei, anziana, dormiva nella sua camera. La parente nel cucinotto. Non c’era spazio per altre presenze. E così il figlio della pensionata si era arrangiato in cantina.
Un ricovero di fortuna di 15 mq di superficie per un metro e mezzo di altezza.
«Per anni ho pagato un’integrazione all’affitto di mia madre versando 30 euro al mese» aveva ricordato in aula l’imputato.
L’azienda per l’edilizia sociale sapeva della situazione di disagio del nucleo familiare. E quei 30 euro incassati senza chiederne conto lo dimostravano.
Quando poi quel buco insalubre si era allagato, il 54enne aveva dovuto trovarsi un altro tetto. Si era guardato intorno e la scelta era caduta su un palazzo vuoto che Apes doveva abbattere per poi costruire nuovi alloggi. Non era tra i beni da assegnare a chi era in graduatoria.
Quattro mura abbandonate che l’imputato nel tempo ha risistemato avvicinandole all’idea di un all’alloggio. Ma tant’è. Meglio di dormire in strada. Ora anche per la legge quell’occupazione non è un reato, ma la ricerca disperata di una dignità personale. —
Pietro Barghigiani
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