Lutto
Una casa di mattoni sul nostro satellite A Pisa il sogno diventa possibile
I ricercatori della Sant’Anna rivoluzionano la corsa alla Luna Uno studio rende possibile e economico costruire abitazioni
Non è fantascienza ma realtà. La colonizzazione della Luna parte da Pisa. Manca il razzo, ma nell’edificio del CNR che ospita il Sant’Anna è presente tutto il necessario, compreso i mattoni per i moduli abitativi lunari. E non da adesso, ma dal 2014. Cinque anni fa l’Istituto di Tecnologie della comunicazione, dell’informazione e della percezione (Tecip) ha individuato e testato una tecnologia per costruire le case spaziali. Come? Adattando la tecnologia delle stampanti 3D all’assenza di gravità e utilizzandola per trasformare in mattoni la sabbia presente sul suolo della Luna.
Dalla sua pubblicazione lo studio della Scuola superiore è il punto di riferimento per ricercatori e astronauti che lavorano a una colonia umana sul satellite della Terra. Realizzato con un finanziamento della European space agency (Esa) e in collaborazione con l’azienda Monolite UK Limited dell’ingegnere pisano Enrico Dini, la ricerca consente di costruire sulla Luna delle vere e proprio case. Il risultato finale ricorda quelle del cartone animato Barbapapà, ma si tratta di strutture robuste per proteggere gli uomini da condizioni ambientali aggressive come quelle presenti nello spazio.
«L’uomo è pronto ad abitare sulla Luna e sono certa che avverrà: l’unico dubbio riguarda i tempi – assicura Valentina Colla, ingegnere a capo dell’istituto –. Dal punto di vista tecnologico la maggior parte delle tecnologie sono disponibili, compresa la nostra. L’incognita è rappresentata dagli investimenti, ma ai progetti di diverse nazioni si aggiunge un crescente interesse privato».
Lo studio del Sant’Anna ha proprio la peculiarità di abbattere i costi della base lunare. I ricercatori pisani hanno dato risposta a tre quesiti chiave. Il primo è trovare una soluzione alternativa al trasporto di strutture prefabbricate dalla terra (costoso e logisticamente complesso). Il secondo è utilizzare materiali presenti sulla superficie lunare senza scavare nel sottosuolo del satellite (cosa mai realizzata e soggetta a rischi e incognite). Il terzo è automatizzare le tecniche di costruzione, data l’impossibilità di trasportare sulla luna dei “carpentieri spaziali”.
L’uovo di Colombo altro non è che l’adattamento della tecnica di stampa tridimensionale alle condizioni della Luna rendendola utilizzabile con robot già esistenti e usati nello spazio. «Per edificare delle case sulla Luna in definitiva serve una coppia di rover spaziali come quelli già usati per le esplorazioni (ad esempio quelle su Marte, ndr) – spiega Colla –. Uno dei due è adattato per accumulare la sabbia lunare, l’altro è dotato di una stampante 3d modificata per realizzare materialmente i blocchi che costituiscono il “guscio esterno” delle case lunari. In questo modo possiamo costruire delle strutture che proteggano la parte interna del modulo, una specie di tensostruttura gonfiabile da realizzare sulla terra».
Tutto fattibile, ma arrivarci è stato un percorso a ostacoli. «Anzitutto abbiamo dovuto trovare un sostanza per i test – spiega ancora Colla –. Il materiale lunare delle missioni Apollo è scarso e i prodotti che lo replicano costosi. Per questo abbiamo effettuato delle ricerche per riprodurlo. La soluzione è stata utilizzare la sabbia vulcanica del lago di Bolsena (in provincia di Viterbo, ndr) arricchendola con componenti chimici presenti sul suolo lunare». Lo step successivo è stato adattare la tecnica della stampa 3D e individuare come automatizzarla. L’ultimo ostacolo è rappresentato dalla disponibilità di acqua, che è però presente come ghiaccio nei crateri nelle regioni polari della Luna. «L’acqua è fondamentale per realizzare i nostri mattoni spaziali – sottolinea Colla – perché permette di realizzare il liquido che aggrega la sabbia per i macro-blocchi, i “mattoni”, con i quali si costruisce il modulo abitativo». Insomma, siamo pronti. —
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