Sicurezza
Mozione per chiedere dimissioni e elezioni
I retroscena sugli accordi prima del consiglio direttivo e le accuse di voltafaccia per il voto della presidenza
pisa. Una mozione per chiedere le dimissioni dell’attuale consiglio direttivo dell’Ordine degli avvocati e l’indizione di nuove elezioni.
Il documento è stato presentato al termine della lunga e animata assemblea degli iscritti che si è tenuta al Palacongressi. Nel mirino di chi vuole l’azzeramento dell’attuale vertice degli avvocati c’è chi ritiene illegittima la presenza nel consiglio di chi è al terzo mandato (presidente compreso).
La sentenza della Corte Costituzionale «esclude che tale disposizione abbia natura di norma retroattiva in senso proprio, poiché si è limitata a confermare, per le candidature future, l’orientamento già espresso dalle sezioni unite della Corte di cassazione con la sentenza 19 dicembre 2018. In realtà, la norma censurata dal Cnf non regola in modo nuovo fatti del passato ma dispone “per il futuro”, ed è solo in questa prospettiva che attribuisce da subito rilievo, di requisito negativo, al doppio mandato consecutivo espletato prima della ricandidatura». L’assemblea, durante la quale non tutti avevano finito di parlare, è stata aggiornata a data da destinarsi.
Nel suo intervento il presidente Stefano Pulidori ha stigmatizzato le divisioni per fazioni «per favorire posizioni proprie e non il bene dell’istituzione». Nel ribadire la correttezza della sua elezione e dell’insediamento del consiglio ha auspicato di «chiudere una transitoria parentesi nella storia dell’Ordine». Ha raccontato, invece, premesse e delusioni, anche personali, l’avvocato Agnese Bertini, (445 voti) e presidente sulla carta come più votata.
«Ho fatto colloqui individuali con i consiglieri per superare le criticità, una era quella del doppio mandato – ha spiegato –. L’esito elettorale ha imposto una lettura del voto. Stefano correva da candidato presidente, ma le urne lo hanno bocciato. Allora ho cercato una soluzione salomonica nel dare le cariche ai nuovi consiglieri. A Stefano ho proposto una carica nuova, la vice presidenza. E lui mi ha risposto: “No, faccio il consigliere semplice”. Arrivati al consiglio direttivo al momento della mia acclamazione Stefano visibilmente in difficoltà dice: “Mi oppongo”. E aggiunge: “Ho corso da presidente, chiedo di porre la mia candidatura a scrutinio segreto”. Il vulnus che ha inficiato l’insediamento del consiglio direttivo attiene ai valori etici della professione. Datemi atto che un consiglio che ha la prerogativa di essere di esempio, correttezza e lealtà non può nascere con un vizio del genere. Il consiglio direttivo è evidentemente delegittimato. Non volevo arrivare a una resa dei conti. E questa caso rimarrà una brutta pagina per la storia dell’Ordine di cui non sono certo responsabile». —
P.B.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
