Gioco
Ipotesi dell’archiviazione poi il cambio di passo con la prima condanna
pisa. Un’inchiesta senza cadavere che nelle sue fasi iniziali ha percorso i binari che portavano verso l’archiviazione.
Era questo l’intendimento della Procura dopo l’apertura delle indagini e le ricerche infruttuose del corpo di Roberta Ragusa.
Centinaia tra militari e volontari l’hanno cercata non solo intorno all’abitazione di Gello, ma in tutta la provincia.
Dai pozzi artesiani ai dirupi dei Monti Pisani, ma anche inceneritori, cimiteri e altre soluzioni concluse in un nulla di fatto. Ogni segnalazione, anche la più strampalata, è stata verificata. Niente. Il buio più totale.
Dal giorno della scomparsa e alla relativa apertura di un fascicolo per omicidio il titolare dell’inchiesta è sempre stato il sostituto procuratore Aldo Mantovani.
Magistrato che lavora in silenzio, lontano e allergico ai riflettori che un caso del genere fisiologicamente attira su chi ne diventa protagonista, a prescindere dal ruolo.
Affiancato all’epoca dei primi anni di indagine dal procuratore capo Ugo Adinolfi, poi andato in pensione, accanto al dottor Mantovani nel 2015 ci fu il pm Antonio Giaconi, scomparso nell’agosto 2017.
«Logli è un bugiardo matricolato e deve essere rinviato a giudizio» disse Giaconi nella sua requisitoria.
La sentenza del gip Giuseppe Laghezza fu quella del proscioglimento perché il fatto non sussiste. Verdetto annullato dalla Cassazione nel marzo 2016.
Nel nuovo giudizio, in abbreviato, nel dicembre 2016 al fianco di Mantovani si schierò l’attuale procuratore capo, Alessandro Crini.
Nel processo in abbreviato l’accusa ebbe soddisfazione con una condanna a 20 anni per Antonio Logli - pena base 30 riduzione di un terzo per effetto del rito - poi confermata in appello.
A sostegno dell’accusa ci sono le 12mila pagine confezionate dal nucleo investigativo all’epoca diretto dal capitano Michele Cataneo con il suo braccio destro, il luogotenente Antonio Cafici.
Intercettazioni, informative, ricostruzioni con i personaggi collocati nelle rispettive scene di azione.
Un collage probatorio che per due gradi di giudizio è stato ritenuto solido e plausibile nel dare un nome all’autore del delitto di Roberta Ragusa. —
P.B.
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