Gioco
Sopravvissuto allo schianto in moto «Senza la gamba ma felice di essere vivo»
Nicola Guadalupi un anno fa è stato travolto da un’auto sull’Aurelia mentre tornava a casa dopo il lavoro «Ho subito ventuno interventi chirurgici, di quella notte ricordo tutto: dallo scontro fino all’arrivo in ospedale»
il colloquio
Federico Lazzotti
«Quando ho visto la macchina sorpassare e correre verso di me ho fatto gli abbaglianti. Speravo che l’automobilista rientrasse. Invece andava sempre più veloce (130 chilometri orari ndr). Allora ho messo gli abbaglianti fissi. Ma niente. Ho cominciato a suonare il clacson. L’ultima cosa è stata scalare le marce, decelerare e mettermi con la moto sulla linea bianca, al margine destro della carreggiata, sperando di evitare l’impatto...».
Sono le 22, 54 del 25 giugno 2018. Nicola Guadalupi, 43 anni, un passato da vigili del fuoco e giocatore di basket, è uscito undici minuti prima dall’aeroporto di Pisa dove lavorava per il secondo anno come autista stagionale alla Jet Fuel, ditta che si occupa di rifornire di carburante gli aerei.
«Ho timbrato alle 22,43 – va avanti – poi ho mandato un messaggio a Valentina, la mia fidanzata, per dirle che stavo partendo e darle la buonanotte. Poi sono salito sulla mia moto, una Bmw Gs 1200 per tornare a casa, a Livorno». L’incidente che lo ha cambiato per sempre nella testa, nel fisico e nelle prospettive è avvenuto pochi minuti prima delle 23 lungo l’Aurelia, in località Mortellini. «La botta – spiega un anno dopo al Tirreno – è stata talmente forte che non ho sentito dolore. Ma ricordo tutto. C’è stato solo un momento in cui ho visto nero, come se la mente avesse staccato la corrente, spento la luce, forse proprio per proteggermi».
Un volo di una quindicina di metri che ha sbalzato il motociclista fuori strada, in mezzo alla radura, mentre il motore della Bmw è rimasto incastrato per sempre nel parafango dell’auto che lo ha travolto.
«Per fortuna non ho sbattuto contro gli alberi lungo la carreggiata, altrimenti sarei morto. Cosa ricordo? Mi sembrava di essere in un sogno, un sogno ovattato dove mi è passata davanti agli occhi tutta la mia vita. Ma non ho avuto paura. Ho pensato alla mia fidanzata, al fatto che di lì a poco saremmo andati a convivere. Ho riflettuto sul fatto che le cose stavano andando bene, che mi stavo sistemando: avevo un lavoro ed ero contento».
Alla fine del tunnel che separa la fine da un nuovo inizio Guadalupi ha visto un prato verde, una speranza. «Ho riparto gli occhi ed ero a terra, in mezzo alle piante. Ho capito che ero vivo, ed ero felice».
Quello che è accaduto da quel momento in poi è un viaggio lungo dodici mesi tra dolori, speranze, lacrime e ventuno operazioni alle quali il quarantatreenne si è dovuto sottoporre per cercare di salvare la gamba (amputata un mese e mezzo più tardi) e il braccio sinistro, i due arti lacerati nel terribile impatto. «Mentre aspettavo i soccorsi – va avanti – sono scesi due ragazzi, i miei angeli, che sono rimasti al mio fianco fino all’arrivo dell’ambulanza e dei vigili del fuoco. Solo quando mi hanno caricato in ambulanza mi sono lasciato andare e ho perso conoscenza dopo aver guardato la gamba distrutta. Mi sono risvegliato, verso le una, al pronto soccorso di Cisanello, ho visto mio fratello e gli detto: “Dì a Valentina che mi sono fatto un po’ male”. Poi ho chiesto a un infermiere qualcosa per il dolore».
La diagnosi è terribile: Guadalupi per venti giorni resterà ricoverato nel reparto di Rianimazione. «Durante quelle tre settimane lo staff del professor Malacarne ha provato a salvare me e la gamba e di questo ringrazio tutti». Il 6 agosto, dopo un tentativo di trapianto che non ha dato i frutti sperati, la decisione di amputare l’arto sinistro. Due giorni prima, il matrimonio con Valentina, proprio in reparto. «Se pensavo alle nozze – ammette sorridendo – non avrei immaginato l’ospedale come location, ma alla fine resterà comunque indimenticabile».
Adesso davanti al quarantatreenne c’è tanta strada da fare. «La mia vita è cambiata: prima giocavo a pallacanestro, facevo qualche lavoretto per arrotondare e non dovevo chiedere niente a nessuno. Ora è tutto più complicato, da solo per molti mesi non riuscivo a fare niente, anche la pulizia personale era un problema. Ecco perché devo ringraziare le persone che mi sono state vicine. Ci sono stati momenti difficili. Soprattutto all’inizio, dopo l’amputazione ho sofferto: ti chiedi come sia possibile che un pezzo di te rischi di ucciderti. Noi livornesi prendiamo tutto con leggerezza, e questo mi ha aiutato, poi però quando sei da solo ti chiedi: “Perché proprio a me?”».
Dal giorno dell’incidente l’automobilista non si è fatto sentire, né una telefonata né una scusa. Il processo (aveva un tasso alcolemico superiore a quello consentito) inizierà il prossimo anno. Nel frattempo Guadalupi ha dovuto combattere con la burocrazia e con un mondo che non è a misura di disabile. «Ora – sospira – non vi rendete conto come mi arrabbio quando trovo un’auto parcheggiata nello spazio riservato ai disabili». Non solo, perché in questi dodici mesi il vero avversario di Nicola sono state le scartoffie. «Ci sono paletti incredibili, formalità che da solo non avrei potuto affrontare. Tanto per dirne una per accedere alla malattia dell’Inps ho dovuto aspettare fino ad ottobre e compilare un modulo per attestare che il mio incidente è stato sul lavoro in itinere. Il letto, per fare un altro esempio, alla fine l’ho dovuto comprare perché non arrivava. Per la sedia a rotelle, invece, ho aspettato un mese a mezzo ma quando l’ho ricevuta ho scoperto che era troppo piccola per me che sono un metro e novanta per 120 chili. Lasciamo satre le visite, una volta ho chiesto di andare in bagno e l’ho trovato allagato».
Il prossimo obiettivo di Nicola è tornare a muovere il braccio sinistro. «A settembre mi opererà il professor Luigi Celli, il medico che ha permesso a Kubica di tornare a guidare. Ricostruirà i nervi che sono stati staccati nell’incidente e una protesi al gomito. E poi? Quando vedi la morte in faccia come me affronti tutto in modo più sereno. Adesso se voglio fare una cosa la faccio, come comprare un’auto per tornare a guidare. L’ultima volta che ho avuto paura è stato quando sono uscito dall’ospedale dopo tre mesi dall’incidente». —
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