Sicurezza
Fontanelli: rientro nel Pd? No, prima attendo da Zingaretti una svolta vera
L’ex sindaco dopo il voto: il recupero in città dovuto alla voglia di fare argine contro la destra, molto bene i Comuni limitrofi
PISA. «No, non faccio come Enrico Rossi. Io non rientro nel Pd, almeno fin quando Zingaretti non darà una vera svolta». Paolo Fontanelli scruta i giornali con i dati elettorali, dà un’occhiata al web. E dice la sua: anche fuori dal Pd, dentro Articolo Uno, l’ex sindaco resta un riferimento della sinistra pisana.
Fontanelli, cosa le suggeriscono i numeri delle europee?
«Anzitutto l’aumento della Lega in termini di voti assoluti. La spinta è dovuta all’immagine di Salvini, che è stato molto efficace nel condurre la campagna elettorale».
Invece, guardando Pisa, qual è la sua valutazione?
«Che dopo un anno di governo della città la Lega non è già più il primo partito, come aveva sbandierato con grande evidenza».
Il Pd rialza la testa, arriva al 34%: come lo spiega?
«Ha attinto ad un bacino di voti di sinistra, dove la motivazione, in prima battuta, è stata quella di fare argine contro la destra. Ricordo che alle politiche LeU aveva raccolto più di 4mila voti».
Da considerare anche le affermazioni dei sindaci di centrosinistra in tanti comuni pisani…
«A San Giuliano, Calci e Vicopisano sono state vittorie schiaccianti. Si è tornati al successo a Volterra, bene le conferme a Santa Croce, Castelfranco, Montopoli. Questo dimostra che, a livello di governo locale, il centrosinistra gode di una certa credibilità».
Quel 34% del Pd a Pisa è fonte di rammarico pensando all’esito delle amministrative di un anno fa?
«Allora il problema è stato che veniva presentata una proposta appiattita sulla continuità quando emergeva netta una domanda di cambiamento. Nei quartieri popolari, tradizionalmente rossi, venne pagata la percezione di distanza e per reazione il voto andò a Lega e M5S. Inoltre venne scontata l’alleanza di governo Lega-M5S, con i grillini che al ballottaggio votarono Conti. Non so se avverrà anche questa volta, ai ballottaggi tra due settimane. Credo di no».
Come considera il recupero del Pd?
«Temo limitato a livello di ulteriore capacità espansiva. I flussi dicono che i delusi del M5S, in parte provenienti da sinistra, si rifugiano nell’astensionismo o vanno a destra. Questo è un tema che va posto. E poi il Pd non riesce a recuperare tra operai, precari e poveri che trovano nella Lega il loro riferimento. Ma quelli erano gli elettori storici di sinistra».
È così pessimista?
«Il centrosinistra di Prodi attirava, unendo dagli ex Pci ai moderati, ai Verdi. Dopo è subentrato il concetto di autosufficienza del Pd, alimentato dalla base di Renzi. Ma quel partito lì non ha forza espansiva».
Lei non pensa di rientrare nel Pd come Rossi, per dare un contributo dall’interno?
«Non è questo il punto, se rientro o meno. Il punto è se il Pd avvia davvero un discorso serio e critico su quanto successo in questi anni di sconfitte, sul perché la base lo ha abbandonato. Oggi questo Zingaretti non lo ha ancora fatto: deve dare una svolta uscendo dall’ambiguità e cambiando il contesto, impostando politiche che riconquistino chi ha abbandonato nel tempo il Pd e cercando nuovi consensi. A cominciare dai giovani e da temi, decisivi ormai ovunque in Europa, come l’ambiente».
Per la prima volta le sue strade politiche si dividono da quelle di Rossi…
«Abbiamo condiviso la posizione critica verso Renzi quando abbiamo deciso di dal Pd. Ma poi abbiamo spesso seguito linee politiche differente. Rossi ha firmato il manifesto, che ritengo conservatore, di Calenda. Io no».
Le sue porte, dunque, sono del tutto chiuse nei confronti del Pd?
«Zingaretti dia una svolta radicale, anche a livello di gruppo dirigente, e vediamo questo cosa comporterà nel dibattito dentro il Pd. Cambi gli indirizzi politici e il modo di stare nella società. Non si dice mai “no” in maniera pregiudiziale. Ma ora non ci sono le condizioni». —
Francesco Loi
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