Il dolore
Timbravano e poi andavano al bar, ora risarciscono l’ospedale
Assenteismo in corsia a Pisa. Due caposala (una poi licenziata) e un’infermiera versano 5mila euro come danno d’immagine dopo le condanne per truffa anche in appello
PISA. Ci furono anche le riprese video dei carabinieri a raccontare tempi e modi delle furbette del cartellino. Il badge strisciato per ingannare il datore di lavoro, in questo caso l’Azienda ospedaliera, e poi anziché andare in corsia l’approdo successivo era quello del bar davanti al policlinico di Cisanello. Una sceneggiatura canonica per un film sull’assenteismo proiettato sempre più spesso quando la location è quella del pubblico impiego.. Un malcostume in sequenza e certificato senza margini di errore che, dopo la definizione delle responsabilità penali, si traduce ora nel risarcimento delle dipendenti a favore dell’azienda. Non solo sono stati rimborsati i danni patrimoniali per aver usufruito di porzioni di stipendio liquidato pur essendo (due dipendenti, la terza solo accusata di timbrare per il suo capo, ndr) al tavolo a sorseggiare caffè e di sicuro non a occuparsi dei pazienti. Le tre colleghe della truffa contro l’ospedale hanno anche pagato 5mila euro come danno d’immagine. Hanno chiesto e ottenuto dalla Corte dei conti di accedere al rito abbreviato per diminuire la pretesa quantificata in 10mila euro. I due saldi - danno diretto e d’immagine - estinguono il giudizio.
L’inchiesta nasce da un esposto e va avanti con le consuete tecniche d’indagine. I video sono la parte solida dell’accusa. Ma c’è anche il riscontro tra badge strisciato e assenza fisica in reparto. Si arriva alla sentenza. Nel 2014, in primo grado, Patrizia Di Vecchio, 61 anni, di San Ginese (Capannori), all’epoca caposala in Chirurgia generale e trapianti (poi licenziata), viene condannata a un anno per truffa e falso ideologico commesso in atto pubblico. In pratica, oltre all’assenteismo, «aveva attestato falsamente nella caserma dei carabinieri di Pieve di Compito l’avvenuto smarrimento del badge dell’Azienda ospedaliera a lei intestato, viceversa dalla stessa consegnato alla Vottero per consentirle di effettuare la timbratura per suo conto». Patrizia Vottero, 58 anni, di Pisa infermiera nel reparto della Di Vecchio e l’allora caposala a malattie infettive Maria Beatrice Cipriani, 55 anni, di Capannoli prendono 10 mesi solo per la truffa. In secondo grado le pene vengono riformate con Di Vecchio scesa a 10 mesi e Vottero e Cipriani a 6 mesi e 15 giorni.
Secondo le accuse la caposala Di Vecchio si faceva timbrare gli accessi al lavoro dall'infermiera Vottero, anche se in realtà era sempre a casa. Quando poi arrivava dalle parti dell'ospedale la destinazione del reparto poteva attendere. E così si tratteneva nel vicino bar Vecchia Cascina per periodi che andavano dalla mezz'ora a oltre un'ora. Poi andava al lavoro. Ci sono i filmati di quando esce di casa e si rilassa al bar negli stessi orari in cui risulta al lavoro con il cartellino timbrato. La sua collega di qualifica e di pause caffè, stando alla Procura, era Maria Beatrice Cipriani che veniva vista alla Vecchia Cascina con la Di Vecchio. Solo che lei non si faceva timbrare da altri, ma strisciava il badge al giusto orario, salvo poi recarsi al bar. Tutte e tre in solido hanno versato 5mila euro per il danno d’immagine. E per le singole contestazioni di danno patrimoniale Cipriani ha pagato 663 euro; Di Vecchio circa 1.500 euro, Vottero 260 euro. Soldi finiti nelle busta paga delle tre assenteiste che ora tornano all’Azienda ospedaliera. —
Pietro Barghigiani
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