Sicurezza
Una cellula Isis sotto la Torre Iniziato il processo
PISA. Li accusano di essere arrivati in Italia e di aver avviato un’attività di proselitismo pro Isis lungo l’asse Torino-Pisa, anche se poi per andare avanti usavano i soldi dello spaccio. È iniziato in tribunale a Torino il processo contro Nafaa Afli, 26 anni; Bilel Mejri, 26 anni; Marwen Ben Saad, 30 anni; Bilel Tebini, 29 anni. Tutti detenuti in carceri di massima sicurezza. L’accusa è di associazione finalizzata al terrorismo internazionale nell’ambito dell’operazione Taliban condotta dai carabinieri del Ros di Torino, città da dove sono partite le indagini inizialmente mirate a colpire un gruppo di spacciatori e poi virate verso un reato più grave, la propaganda a favore del terrorismo islamico.
L’altra mattina sono stati sentiti i primi testimoni dell’accusa, colonnelli del Ros ed ufficiali di polizia giudiziaria impegnati nelle indagini. Mejri, Ben Saad ed Afli (difesi dagli avvocati Sara Baldini e Massimo Parenti) gravitavano a Pisa ed erano conosciuti soprattutto come spacciatori particolarmente attivi in piazza delle Vettovaglie. Monitorando i loro contatti social ed i telefoni, gli investigatori si erano fatti altre idee, ovvero che lo spaccio servisse a finanziare ed anche a “coprire” la causa della jihad. Il gruppo era arrivato a Torino nel 2014 ed aveva ottenuto permessi di soggiorno per motivi di studio. Poi il trasferimento a Pisa.
Per i giudici che firmarono l’arresto era evidente «la manifesta ed espressa adesione all’ideologia della jihad estremista e violenta e la loro diretta partecipazione a comizi con militanti combattenti, l’assistenza legale ed economica a sodali arrestati, il sostegno e l’adesione alla partenza per le zone di guerra da parte di alcuni, l’omaggio rituale ai martiri in seguito al loro decesso». Il primo a finire nel mirino dei carabinieri era stato un tunisino di 26 anni, Bilel Chihaoui, nel mirino dei carabinieri del Ros di Torino e dei nuclei investigativo e informativo di Livorno. Il giovane aveva usato il web per inneggiare all’Isis. Il tunisino, poi espulso dall’Italia e che aveva girato mezza Europa, aveva postato fotografie di attentati jihadisti associandoli a quelle di martiri, compreso un «sarò martire» su un profilo Facebook coperto da uno pseudonimo. In una foto aveva impugnato una pistola. L’udienza è stata aggiornata al 22 maggio. –
S.C.
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