Sicurezza
Maurizio, morto per due panini e pochi spiccioli: «Noi lasciati soli»
La sorella del rider pisano morto a soli 29 anni chiede giustizia. Per la procura l'incidente fu una fatalità, i familiari si sono opposti all’archiviazione. Pochi giorni fa un altro giovane ha rischiato la stessa fine
PISA. Morire di lavoro a 29 anni. A distanza di sette mesi dall’incidente sul lavoro costato la vita a Maurizio Cammillini, restano ancora aperti tanti interrogativi. Maurizio era finito contro un palo lungo via Pietrasantina, mentre con il motorino cercava di fare il più in fretta possibile per consegnare a domicilio panini e fritture. Correva per arrivare in tempo con il cibo ancora caldo. Due panini e un fritto per la precisione. Nei giorni precedenti alla tragedia Maurizio aveva confidato agli amici di avere ricevuto tre euro in meno di paga perché era arrivato tardi. Se per qualche motivo un pony express arriva in ritardo il datore di lavoro non solo può richiamarlo al dovere ma anche decurtare la paga.
La sua morte ha lasciato un vuoto enorme per i familiari che ancora si interrogano su cosa è avvenuto quella maledetta sera. Morire per due panini e un fritto appare davvero assurdo. E poi Maurizio lavorava al nero, senza un contratto. Tutto difficile da accettare soprattutto per chi sa bene che sono centinaia i pony-express nella provincia di Pisa. Studenti che fanno questo lavoro per mantenersi gli studi. Ma anche disoccupati che hanno bisogno di quei pochi euro per arrivare alla fine del mese.
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Stefania Pellegrini, sorella di Maurizio Cammillini da quella sera di batte per trovare la verità. L’Underground Pub di Lungarno Mediceo, il locale per cui lavorava la vittima, nei giorni successivi al dramma aveva ricevuto la visita dell’ispettorato del lavoro. Era stato sanzionato per il fatto che la vittima non aveva tutela assicurativa. Sono controlli che scattano dopo ogni infortunio sul lavoro. Ancora di più se c’è una persona morta. «In questi mesi, da quando mio fratello è morto – nessuno si è fatto vivo con noi familiari. Non dico tanto per una questione economica. Nessun risarcimento farà tornare in vita mio fratello. E poi, come avevo già detto, anche se un giorno ci dovessero pagare i danni, daremo quei soldi a chi ne ha bisogno, alla Caritas o a persone che non riescono a mettere insieme e il pranzo e la cena», dice la sorella del 29enne. «Mi riferisco alla vicinanza morale, di quella avremmo avuto bisogno. Un abbraccio, una parola. Invece, purtroppo, non c’è stata. Vorrei chiarezza, vorrei solo sapere cosa è successo quella sera a mio fratello».
Per la Procura si è trattato di un incidente autonomo. Inchiesta chiusa rapidamente. «Ci siamo opposti con il nostro legale alla richiesta di archiviazione, vedremo come andrà a finire, l’udienza non è stata ancora fissata. L’ispettorato ha fatto le sue valutazioni, ha sanzionato il datore di lavoro e tutto è tornato come prima. Io sto male, la mancanza di mio fratello si fa sentire, ogni giorno di più. Ricordiamoci che stiamo parlando di una vita spezzata a soli 29 anni e per pochi spiccioli».
Sette lunghi mesi sono trascorsi e niente è cambiato per un sistema lavorativo che evidente ha seri problemi. «Il caso di mio fratello non è isolato, purtroppo».
Pochi giorni fa, in via Bonanno Pisano, c’è stato un altro grave incidente che ha avuto per protagonista un rider. «Trasportiamo il cibo che la gente ordina nei ristoranti e noi, sopra uno scooter, sfrecciamo per le strade per consegnare il prima possibile, a casa dei clienti, le ordinazioni che riceviamo sul telefonino. Una macchina gli ha tagliato la strada. Risultato: un femore rotto, un occhio nero e sicuramente un bruttissimo spavento», racconta un altro giovane che lavora nello stesso settore.
«Mi sembra che abbia scosso un po’ tutti i colleghi questo incidente. Ci deve far riflettere molto, ci obbliga a metterci di fronte al perché avvengono questi incidenti», dice il giovane. «Certo, sicuramente siamo più soggetti al rischio, trascorriamo molte ore sopra gli scooter, gran parte delle ore delle nostre giornate. È vero. Ma perché ci vedete correre a folli velocità? No, non siamo matti e nemmeno crediamo di stare sulla pista del Mugello e lottare per salire sul podio. Se le consegne sono poche, il guadagno è poco. E questo non è giusto. Non è solo un lavoretto per arrotondare, per pagarsi la pizza o il cinema. Per molti è il lavoro attuale che permette di pagare l’affitto, le bollette e le tasse universitarie. Quando ne troveremo uno migliore cambieremo, ma adesso è quello che ci fa campare. Se avessimo delle paghe migliori sono certo che correremo meno in strada. E di sicuro le percentuali di incidenti diminuirebbero».
Il pensiero del pony express va a Maurizio. «Solo qualche mese fa, a settembre dell’anno scorso, ho perso un amico su queste strade. Da pochi giorni lavorava per un pub del centro e consegnava anche lui con lo scooter. Eravamo compagni di scuola da ragazzini. Una tragedia su cui i giornali hanno scritto per una settimana. Ma nessuno gli ha reso giustizia, chiesta dalla sua famiglia». —
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