Il Tirreno

Pisa

lA SENTENZA  

«Lo sparatore del Cep voleva uccidere» Iacono condannato a quasi sedici anni

Pietro Barghigiani
«Lo sparatore del Cep voleva uccidere» Iacono condannato a quasi sedici anni

Il giovane aveva esploso con due pistole diversi colpi contro quattro amici che lo avevano rimproverato per degli eccessi in moto

4 MINUTI DI LETTURA





PISA. Colpevole per tutti i capi di imputazione. Quella mattina di febbraio di un anno fa Patrizio Giovanni Iacono voleva uccidere i quattro amici che fuori dal bar lo avevano rimproverato per i suoi ennesimi eccessi con la moto lungo la strada che attraversa il quartiere popolare del Cep. Quattro avventori colpiti da diversi colpi sparati con due pistole dal 22enne originario di Alghero in detenzione domiciliare in un appartamento dove viveva con il fratello minore e la mamma.

È la convinzione del Gup Donato D’Auria che dopo un’ora di camera di consiglio ieri mattina è uscito con la lettura della sentenza, più severa dei 12 anni chiesti dal pm Fabio Pelosi ridotti di un terzo per effetto del rito abbreviato.

Alla fine sommando i vari reati Iacono è stato condannato a 15 anni, 9 mesi e 10 giorni di reclusione. Un cumulo che mette insieme il tentato omicidio nei confronti di due persone, le lesioni aggravate per altre due, il porto abusivo di arma, la detenzione illegale di armi e l’evasione. Il giudice ha disposto il risarcimento alle tre parti civili (un ferito ha rinunciato a costituirsi, ndr)assistite dall’avvocato Laura Antonelli, da stabilire in separata sede e l’interdizione in perpetuo dai pubblici uffici.

Iacono non era presente al momento del verdetto. C’era la mamma Giusy Nieddu che è uscita dall’aula prima della fine della lettura. Le è bastato sentire gli anni inflitti al figlio. È in cella dalla sera dell’9 febbraio 2018, Patrizio Iacono. Da mesi si trova, su sua richiesta, nel carcere di Volterra dove il fratello Dimitri Alessandro, 27 anni, sta scontando una condanna a 10 anni per concorso in omicidio.

Quello che fu battezzato lo sparatore del Cep alle 11,30 di un venerdì ordinario fece piombare la città in un cappa di terrore. Fino a quando alle dieci di sera la polizia non lo arrestò in un casottino poco distante dall’appartamento in cui viveva, Pisa fu paralizzata da posti di blocco di agenti e carabinieri, blitz con armi spianate a Palazzo Blu per il timore che l’autore del raid al Cep si fosse asserragliato nello storico edificio sul lungarno Gambacorti. Non si era mai spostato dal suo quartiere. Anzi. Dopo gli spari al bar di via Michelangelo, la polizia entrò nel condominio di residenza per cercarlo. Incontrarono un giovane che gli disse di essere il fratello di quello che stavano cercando. In realtà era lui. Passarono così altre ore di caccia all’uomo.

Il pm ha sottolineato la pericolosità dell’imputato e la recidiva per reati commessi con l’uso di armi. Nel gennaio 2017 ad Alghero sparò alle gambe a un rivale in amore. Altro processo per tentato omicidio. Una testa calda, come minimo. Uno che nel quartiere si faceva notare per sfrecciare a tutta velocità in moto in mezzo alla gente. Il richiamo dei quattro, anche con parole colorite, e il giovane che si ferma davanti al bar. «Chi siete vigili urbani per dirmi come devo comportarmi in strada?» è la sua risposta di sfida. Tira fuori una scacciacani modificata e spara. I colpi raggiungono i quattro. Nel frattempo lascia il casco su una sedia. Torna a casa e prende un’altra pistola, una semiautomatica. Ritorna dopo una ventina di minuti e preme di nuovo il grilletto. Quindi la fuga finita dopo quasi undici ore. In uno sgabuzzino gli trovarono armi illegali, un fucile a canne mozze e munizioni.

Per accusa e parte civile quei colpi potevano avere conseguenze mortali. Avevano raggiunto le gambe. In un caso l’addome con il bottone dei jeans a fare da provvidenziale scudo. Iacono in una lettera al Tirreno scrisse di non volersi scusare: «Non volevo ucciderli, ma solo ferirli». E ancora: «Quello che ho fatto non l’ho fatto, come dicono, per un banale richiamo. Queste sono le mie vere parole, ho avuto le mie ragioni per sparare anche se so di aver sbagliato, non ho chiesto e non chiederò scusa alle quattro persone, non sono pentito di niente. Pentito non fa parte del mio vocabolario. Le persone dovrebbero prendersela con quei prepotenti che mi hanno aggredito in gruppo». Tra 30 giorni le motivazioni della sentenza. —

Pietro Barghigiani



Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Gioco

Superenalotto, i numeri vincenti di oggi – Jackpot da 41,9 milioni di euro

di Redazione web