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Il grande sogno svanito di Jean Victor da promessa del calcio ai furti per vivere

Pietro Barghigiani
Il grande sogno svanito di Jean Victor da promessa del calcio ai furti per vivere

A 12 anni era arrivato in Italia dal Senegal per giocare nella Pro Vercelli. «Il pallone era la mia passione, so di aver sbagliato»

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PISA. Lo stacco di testa per colpire la palla e spedirla in rete è un ricordo. Nel presente l’unico salto che riesce a fare è quello per aggrapparsi ai cavi elettrici piazzati lungo un muro per scavalcarlo e infilarsi in un bar da cui rubare soldi e alcol. Ci sono le speranze di un adolescente che conosce la miseria più nera e le delusioni per aver imboccato una sequela di strade sbagliate, nella storia di Jean Victor Sene, 18enne senegalese, protagonista della cronaca giudiziaria recente dopo aver messo piede in Italia con l’illusione di diventare un calciatore professionista.

Una vicenda triste, in cui può fare capolino l’ambizione di un possibile riscatto, da raccontare partendo dalla fine.

Sene è l’autore del tentato furto al bar-ristorante “La Crescentina” in via Santa Maria. Cinque euro del fondo cassa e una bottiglia di Gin. Era la quarta volta che i titolari subivano le incursioni dei ladri e giovedì notte hanno deciso di dormire in auto fuori dal locale. Scelta azzeccata. Poco prima delle 6 di venerdì hanno visto un tipo mingherlino, ma agile come un furetto, scalare il muro di cinta che porta all’interno della proprietà. La telefonata al 113 ha interrotto la visita del ladruncolo. Quattro agenti lo hanno bloccato mentre girava nella saletta del ristorante. Addosso aveva cinque euro e la bottiglia del superalcolico. Questo è il presente di Jean Victor.

Quello che c’era prima è stato dilapidato in un’esistenza in cui la solitudine e un’età in cui un ragazzo rischia di perdersi hanno inciso sul futuro del presunto talento pedatorio. Prima c’era altro e non contemplava le scivolate nel codice penale. C’erano la voglia di emergere, la passione per il pallone e quella che sembrava la grande occasione per emanciparsi da un destino segnato dalla povertà. L’ascensore sociale chiamato calcio. Gli idoli africani Drogba, Eto'o e Weah come la santa trinità del calcio del continente nero. Le stelle comete da seguire in un sogno accarezzato che prende forma quando l’opportunità di trasferirsi in Italia non è più un’utopia. Quattromila km tra la sua famiglia e la nuova casa che lo attende, all’insaputa delle insidie che la vita era pronta a riservargli. Ostacoli che a quell’età neanche si conoscono. E che per questo diventano fatali nella loro invisibilità.

Sene lo racconta al Tirreno appena esce ieri mattina dalla questura dopo la convalida dell’arresto e il ritorno in libertà in attesa del processo.

«A 12 anni sono venuto in Italia per giocare nella Pro Vercelli – spiega –. Alcuni osservatori mi avevano notato in Senegal proponendomi di giocare nel vostro Paese». Un inizio che sembra la fotocopia di quello che appartiene a migliaia di ragazzini protagonisti di un’immigrazione sportiva che produce aspirazioni deluse e vite deragliate. Raro il campione che esplode e diventa un simbolo. «A Vercelli ho fatto le scuole medie e avevo un tutore – prosegue il 18enne senegalese in un ottimo italiano –. Sono stato in altre società professionistiche toscane dove ho fatte le giovanili. L’ultima esperienza è stata al Carpi all’inizio del 2018. Per problemi di tesseramento non mi facevano giocare. E io non volevo guardare gli altri in campo e stare in panchina».

L’esclusione non viene governata con giudizio dal ragazzo. Se uno dovesse cristallizzare l’inizio della caduta lo stop agonistico nella cittadina emiliana è il punto da cui partire. «Non ero più titolare – riprende Sene –. Giocavo esterno sinistro, mi allenavo dal lunedì al venerdì e poi il sabato in campo ci andavano gli altri. È stato in quel periodo che mi sono ribellato a un sistema che ritenevo ingiusto».

Il baby calciatore è solo. Sì, c’è un tutore, ma più per obbligo di legge che per coinvolgimento umano. E così quello che ancora non ha raggiunto la maggiore età si ritrova a tu per tu con la vita senza una bussola familiare.

«Ho fatto le scuole superiori, l’alberghiero Matteotti a Pisa e poi lo stesso indirizzo a Figline Valdarno quando giocavo nelle giovanili dell’Arezzo – sottolinea –. Potrei fare il barista o l’aiuto cuoco. Non mi sono diplomato, ma arrivando fino alla terza classe si ottiene, comunque, una qualifica da utilizzare in quegli ambienti».

Quando rientra in provincia di Pisa ottiene un nuovo tutore e viene ospitato in una casa famiglia. Di fatto gli inciampi sportivi sono il meno rispetto a quello che lo travolge. È il passato recente di Sene. Furti di bici, la droga. L’arresto da minorenne a cui ora il giovane attribuisce un potere salvifico. Anche se effimero. «Sono stato circa tre mesi nel carcere minorile Meucci di Firenze – spiega –. Mi sono rigenerato come persona oltre che fisicamente. E ho avuto la consapevolezza di quanti errori avessi fatto». Solo che una volta uscito, il senegalese che sognava di fare il calciatore professionista ha intrapreso un’altra carriera, quella del ladro. «Devo cambiare compagnie – è il suo sfogo-appello –. E riprendere a giocare sul serio, ma soprattutto voglio trovare un lavoro. È sbagliato quello che ho fatto e mi scuso con i ristoratori». Da ieri, forse, è iniziato il secondo tempo di una vita che può ancora essere salvata. —

Pietro Barghigiani

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