Il Tirreno

Pisa

Dagli affitti difficili ai caffè negati a chi non è bianco: la denuncia di Said

Danilo Renzullo
Dagli affitti difficili ai caffè negati a chi non è bianco: la denuncia di Said

Il racconto e la denuncia di Said Talbi, arrivato in Europa nascosto sotto un Tir quasi 20 fa. «La Pisa di ieri non è quella di oggi. Il clima è molto teso»

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PISA. «Denunciare. Denunciare tutti gli episodi di razzismo perché anche se lenta, la giustizia funziona e alla fine trionfa». Said Talbi lo ha fatto dieci anni fa contestando i caffè negati da un barista che si rifiutava di servire le colazioni agli stranieri. Lo ha fatto a più riprese per “smascherare” i proprietari di immobili che gli hanno impedito di sottoscrivere un contratto di locazione nonostante tutte le garanzie.

Lo stesso invita a fare alla dottoressa che, per una sorta di test sul livello di “discriminazione” del locatore, ha risposto ad un annuncio per l’affitto di una stanza riservata a «lavoratori, non fumatori e italiani». «Qua siamo italiani, razzisti e fascisti. Viva l’Italia», le parole con cui il proprietario pisano ha liquidato la dottoressa, figlia di mamma ugandese e padre livornese.

Italiana figlia di genitori italiani, ma con la pelle nera. Un ostacolo insormontabile per il locatore autoctono che ha deciso di riservare la camera solo ad inquilini bianchi. «L’Italia ha la fortuna di reggersi sulla Costituzione più bella al mondo. E la nostra Costituzione vieta ogni tipo di discriminazione. Occorre denunciare ogni atto di razzismo: la giustizia è lenta, ma funziona», l’appello lanciato da Talbi, 38 anni, tunisino, da quasi due decenni all’ombra della Torre dove sono approdate le sue speranze di riscatto. Materializzate in un lavoro a tempo indeterminato, un matrimonio e un impegno sociale per combattere razzismo e discriminazioni.

Il sogno dell’Europa

PISA. Un lungo viaggio iniziato a 17 anni, attaccato al motore di un tir. «Era il 1999 - racconta -. Passavo le stagioni estive ad Hammamet a lavorare nel settore turistico». Guadagni scarsi, ma fondamentali per continuare gli studi e per alimentare quel sogno chiamato Europa. «Non avevo il passaporto, né potevo avere i visti a causa dei costi troppo elevati», prosegue. L’unica “arma” era la voglia di riscatto. «Vicino Hammamet era attiva una fabbrica multinazionale: produzioni altissime grazie a manodopera a basso costo» prosegue Talbi riavvolgendo il nastro di quel lungo viaggio che dopo mesi lo ha portato all’ombra della Torre. «Da un grosso piazzale partivano decine di tir carichi di materiali - aggiunge -. Sapevo solo che arrivavano in Europa. Mi sono nascosto su un tir e da lì è partito il mio viaggio verso una destinazione ignota». Centinaia di chilometri respirando i gas di scarico e con lo sguardo fisso sull’asfalto. Aggrappato agli ingranaggi del mezzo e alla speranza di una nuova vita. «Ricordo la partenza, di sabato mattina - continua Talbi -, l’arrivo al porto di Tunisi e poi l’imbarco». Ore e ore di attesa. Un viaggio senza mèta che si sarebbe concluso con l’arrivo in una città sconosciuta, dove il 38enne avrebbe iniziato una nuova vita. «Ho messo i piedi a terra due giorni dopo, il lunedì mattina - continua -. Non sapevo dov’ero, né dove andare. Affamato e ricoperto dal grasso degli ingranaggi. Sono scoppiato in lacrime».

La clandestinità

La vita da clandestino inizia nel bagno di un bar di Marsiglia e con una carta telefonica donata da un fattorino che trasportava latte. «Ho chiamato la mia famiglia e dopo qualche giorno mi sono messo in contatto con un parente che abitava in Sicilia - ricorda -. La speranza era di arrivare in Italia e cercare un lavoro», prosegue. Dalla città francese inizia un nuovo viaggio, durato tre mesi. «Dormivo per strada o dove capitava», racconta. Poi l’arrivo nel ragusano e l’impiego nei campi. Sole o pioggia. Pochi spiccioli per riempire decine di cassette di pomodori al giorno. Ogni giorno. Un lavoro estenuante interrotto dall’amicizia con un ragazzo toscano. «Grazie a lui sono arrivato a Pisa, dove ho subito ricevuto il sostegno di varie associazioni che mi hanno accolto e, attraverso il loro aiuto, ho perfezionare la conoscenza dell’italiano ed ho iniziato a lavorare».

Lavoro, impegno sociale e una città cambiata

Da 16 anni Talbi lavora negli appalti comunali. Mediatore culturale, sindacalista dei Cobas, rappresentante della Consulta provinciale dell'immigrazione è stato tra i fondatori e presidente dell’Unità migranti di Pisa. «La Pisa di ieri non è quella di oggi. Prima la gente era più sensibile e cercava in ogni modo di aiutare chi era in difficoltà. Oggi il clima è molto teso - dice -. Più volte mi è capitato di trovarmi di fronte a proprietari che si sono rifiutati di affittare le case a persone straniere, nonostante il regolare contratto di lavoro e quindi dell’attestazione di essere in grado di far fede ai pagamenti. Qualche anno fa - ricorda Talbi - c’era un bar nella zona della stazione che negava il caffè agli stranieri. Ho denunciato il proprietario. Denunciare atti di razzismo e di discriminazione è fondamentale. L’Italia ha la Costituzione più bella al mondo: rispettarla significa anche denunciare i piccoli e grandi episodi di razzismo. La giustizia, anche se lenta, funziona».

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