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Sì all’arresto per ventiquattro spacciatori «Superato il concetto di modica quantità»

Pietro Barghigiani
Sì all’arresto per ventiquattro spacciatori «Superato il concetto di modica quantità»

Il Tribunale del Riesame accoglie il ricorso della Procura contro il ritorno in libertà dei pusher: «Vale il contesto, non le dosi»

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PISA. Più della quantità conta l’ambiente. Il contesto oliato e protettivo in cui si muovono gli spacciatori. Ecco perché il Tribunale del Riesame ha accolto l’appello della Procura e stabilito che ci sono esigenze cautelari da garantire con il carcere anche se chi viene fermato, più volte in brevi periodi, ha in tasca solo modiche quantità di droga.

È un passaggio giuridico di rilievo quello che il Riesame sancisce e che il procuratore capo Alessandro Crini rende noto dopo le polemiche, il vice premier Matteo Salvini in testa, innescate dal provvedimento del “solo” divieto di dimora disposto dal gip per 25 nordafricani arrestati per spaccio alla stazione. E che ora con l’ordinanza firmata dal giudice Livio Genovese dovrebbero tornare al Don Bosco.

Il gip Pietro Murano aveva contestato il quinto comma della legge sulla droga (articolo 73 testo unico sugli stupefacenti), nella forma più lieve con una pena base di 6 mesi che non prevede il carcere. Il Tribunale del Riesame ha condiviso l’impostazione della Procura - pm Miriam Pamela Romano - e ha riconosciuto la fattispecie del primo comma che ha una pena minima di 8 anni e contempla la cella per gli spacciatori. Ora per 24 destinatari della misura cautelare (uno nel frattempo è morto bruciato in una baracca a Gioia Tauro) ci sono 10 giorni di tempo per ricorrere in Cassazione. Restano liberi in attesa del pronunciamento della Suprema Corte.

«È importante il riconoscimento dal quinto al primo comma – spiega il procuratore Crini –. Non è più dirimente la quantità da spacciare, ma il contesto e l’abitualità del fenomeno. E la stazione offre questo mercato con persone che smerciano anche senza essere associate. Si supera il concetto delle singole cessioni di modica quantità».

Dieci dei destinatari della custodia in carcere con l’operazione “Cavalieri 2018” condotta dalla squadra mobile di Pisa con quattro agenti sotto copertura del Servizio centrale operativo di Roma, sono finiti in cella per la violazione del divieto di dimora in provincia. Li hanno trovati di nuovo in città a spacciare.

Per la Procura al Riesame hanno accettato l’idea secondo la quale «occupare in modo sistematico una certa zona fa scattare il primo comma a prescindere dalle piccole dosi peraltro chieste dal mercato».

Crini è tornato a sottolineare i numeri da città metropolitana di Pisa anche sul fronte della sicurezza. Gli arresti (fonte carabinieri, l’80 per cento sul complessivo) allegati alla relazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario sono stati 553. La seconda provincia dopo Firenze (899). «Il doppio di Lucca (285), molti di più di Livorno (327) e Siena (188) – aggiunge il procuratore –. Non vuol dire che altrove non lavorano. È che a Pisa e in provincia il fenomeno ha numeri che impegnano oltre misura tutti gli apparati, dalle forze dell’ordine alla Procura e al Tribunale. Operazioni come quella alla stazione hanno successo perché un nucleo determinato ci si può dedicare. Noi stessi in Procura abbiamo scarsità di organico con due magistrati a cui mancano persino gli assistenti giudiziari».

Sulla stazione, considerata ora dal Riesame un luogo dove chi spaccia rischia di più perché inserito in una logica criminale, Crini conferma anche dal suo osservatorio la consapevolezza di un ambiente insicuro. Non solo nella percezione, ma nella realtà.

«Neanche a Firenze si ha la sensazione di pericolosità che si avverte a Pisa – dichiara –. Mi è capitato di andare alla stazione di Lucca e in confronto sembra un paradiso». —

Pietro Barghigiani

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