La protesta
La guerra e i restauri di San Paolo subito dopo la Liberazione
Le testimonianze drammatiche dei bombardamenti e l’imponente opera di recupero cominciata nel 1944
un po’ di storia
Benito Mussolini amava la guerra e già il 5 marzo 1934 fece approvare il Regolamento per la protezione antiaerea del territorio nazionale e della popolazione civile.
Nel settembre successivo la Certosa di Calci fu individuata come rifugio per tutte le opere d’arte del Museo Civico e per quelle conservate nelle chiese cittadine. Pochi mesi più tardi il Ministro della Guerra ordinò l’aggressione dell’Etiopia, ma le ritorsioni temute dalla Società delle Nazioni non arrivarono. Nel maggio del 1940 – un mese prima dell’entrata dell’Italia nel Secondo conflitto mondiale – il Soprintendente trasmise al Ministero dell’Educazione Nazionale l’elenco degli edifici da proteggere con un segno distintivo: sei per il Duomo, tre ciascuno per Battistero e Camposanto, uno per il Campanile, due per il Museo Civico (allora nel complesso di San Francesco), tre per San Paolo a Ripa d’Arno, due per Santo Stefano dei Cavalieri, San Nicola, San Frediano, Santa Caterina, San Francesco e San Michele degli Scalzi, uno per Santa Maria della Spina. Come sappiamo, questi segnali servirono solo in parte a proteggere i monumenti, persino quelli della piazza del Duomo.
La guerra, tanto evocata, arrivò. Il 31 agosto del 1943 le suore benedettine annotarono quanto segue: «Oggi alle 13.20 la triste sciagura del bombardamento si è abbattuta su Pisa. Il nostro Monastero è stato uno dei primi ad essere colpito da 5 bombe esplosive e ciò per il fatto che essendo situato fra la stazione e il Comando germanico gli Anglo-Americani hanno seminato le loro bombe proprio in quella zona. Noi per grazia di Dio ci siamo salvate ma se l’incursione nemica fosse avvenuta di notte almeno una decina di noi saremmo state vittime del bombardamento giacché tre dormitori sono completamente rasi al suolo».
Le relazioni del Soprintendente Sanpaolesi registrarono una situazione disastrosa: il paramento meridionale di San Paolo era per lo più crollato, così come due tratti del muro di separazione tra la navata centrale e quelle laterali; notevoli danni subirono capitelli, colonne, altari e pavimento. Ne risultava compromessa la statica generale della chiesa, su cui gravavano i fabbricati attigui, anch’essi colpiti e in procinto di crollare. Di nuovo, nel settembre la chiesa fu colpita da una bomba al centro della navata principale e il tetto crollò; si ruppe pure il sarcofago di Burgundio e rimase danneggiata la vetrata absidale, che non era stata rimossa in nessuna delle precedenti protezioni antiaeree. Colpite un’Annunciazione del Seicento, la Croce dipinta, due reliquiari in bronzo cinquecenteschi, la Madonna col Bambino tra i santi Pietro e Paolo di Aurelio Lomi, distrutta una tela settecentesca con Sant’Anna e la Vergine, così come le vetrate ottocentesche di facciata. Tra il 23 e il 24 settembre San Paolo fu centrata da un’altra bomba, che fece crollare gli ambienti di sacrestia.
Pisa fu liberata un anno dopo e i primi interventi di restauro, “indispensabili per evitarne la rovina”, cominciarono nel novembre del 1944, grazie al finanziamento del Comando Alleato. I lavori si concentrarono sulla navata meridionale, ma al contempo ci si dedicò alla ricostruzione della copertura con smontaggio e rimontaggio delle parti superstiti e la ricostruzione delle capriate mancanti.
Il 24 novembre il Soprintendente scriveva che la chiesa cominciava a «riacquistare il suo aspetto di imponente solennità», anche se dovevano completarsi il ripristino del tetto, la sistemazione della facciata e delle pareti interne col restauro dei capitelli, il ricollocamento della colonna abbattuta un anno prima, il restauro degli altari e del pavimento. Occorreva poi liberare l’area absidale demolendo gli edifici in rovina dell’antico convento.
Allora (come oggi) il problema erano i finanziamenti, anche perché la maggior parte dei fondi provenienti dal Ministero venivano assorbiti dal restauro del Camposanto monumentale. Nonostante le difficoltà, gli edifici pericolanti sul retro di San Paolo furono demoliti, assieme alla torre campanaria addossata alle strutture murarie del transetto.
Nel 1950 la struttura muraria, la copertura e la parete esterna della chiesa erano risarcite, ma era ancora necessario consolidare la facciata marmorea, interessata da gravi lesioni, chiudere una breccia in un tratto della cupola, fornire di telai e di vetrate le monofore interne. Si procedette infine alla pavimentazione con mattonelle in cotto e si ricollocò la vetrata absidale, nuovamente restaurata.
San Paolo fu riaperta al culto nell’aprile del 1954 e quattro anni più tardi cominciò il restauro della cappella di Sant’Agata, fino ad allora chiusa entro la struttura del convento. All’interno della cuspide si scoprì una decorazione pittorica consistente in una teoria di angeli ripresi frontalmente. Purtroppo, a distanza di sessant’anni, questa testimonianza figurativa di fine Duecento è oggi gravemente compromessa. —
Lorenzo Carletti
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