Gioco
Minaccia l’ex moglie: «Ti faccio fare la fine di Roberta Ragusa»
La donna in aula: quella frase mentre mi puntava le forbici Muratore accusato di maltrattamenti e violenza sessuale
PISA. Un giorno, nel picco dell’ennesima lite, puntandole contro un paio di forbici le urlò: «Ti faccio fare la fine della Ragusa».
La sparizione dell’imprenditrice di Gello come minaccia con quel carico di odio che nel tempo è diventato simbolo dell’uxoricidio per eccellenza. Il sottotitolo di quelle storie in cui i protagonisti sono uomini che odiano le donne. È il racconto in aula fatto dalla ex moglie dell’imputato, un muratore della provincia pisana, a consegnare al Tribunale un modo di dire che pesca dalla cronaca reale il suo contenuto violento, almeno a parole. Fare la fine della Ragusa significa come minimo sparire. E se si vuole aderire alle due sentenze di primo e secondo grado contro il marito Antonio Logli allora la portata della minaccia è quella dell’omicidio. I reati contestati all’imputato (omettiamo il nome per tutelare la parte offesa e il figlio minore, ndr) vanno dai maltrattamenti in famiglia alla violenza sessuale. Il primo addebito mette insieme più episodi ripetuti nel tempo. Il secondo un solo caso, collocato in un periodo in cui la coppia era di fatto separata. Davanti al collegio del Tribunale (presidente Salutini, a latere Grieco e Giovannelli) e al pm Giovanni Porpora, la donna, assistita dall’avvocato Stefania Mezzetti, ha ripercorso il suo vissuto con l’ex marito, difeso dal legale Gianluigi Coletta.
«Mi picchiava e poi mi minacciava per non denunciarlo – è stato il racconto della signora –. Non dovevo andare dai servizi sociali». Insieme dal 2000, sposati nel 2007, la separazione fu definita in modo consensuale quando la coppia aveva un figlio ancora minorenne.
«Una volta arrivò a picchiare anche mia madre, lei non era d’accordo nel farmi proseguire un rapporto con questa persona» ha aggiunto la donna che ha riferito anche di problemi economici per entrambi e con l’ex coniuge costretto pure a vivere in auto. Quando erano già separati sarebbe avvenuto l’incontro poi finito in querela come violenza. «Erano circa le 8 – ha spiegato –. Il bimbo era a letto e anche mia madre che all’epoca viveva con noi. Se avessi gridato li avrei svegliati. Lui mi ha preso da dietro dopo essersi calato i pantaloni. Mi faceva schifo, ma non ho urlato. Non volevo quel rapporto, l’ho subìto». —
Pietro Barghigiani
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