Il Tirreno

Pisa

assalto alla gioielleria con bandito morto 

Kiflè tiene fuori Masi «Non venne coinvolto nella rapina da Ferretti»

P.B.
Kiflè tiene fuori Masi «Non venne coinvolto nella rapina da Ferretti»

La testimonianza in aula dello sparatore nel processo a carico del quarto uomo del colpo finito in tragedia nel giugno 2017

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PISA. Non c’è solo la testimonianza di Marco Carciati a scagionare l’imputato Daniele Masi dall’accusa di aver fatto parte della banda che assaltò la gioielleria Ferretti nel giugno 2017. Un episodio tragico concoluso con la morte di uno dei due banditi presenti nel negozio, Simone Bernardi, 43 anni, di Aprilia. L’altro era lo sparatore Gabriele Kiflè, il quale nell’udienza di ieri pomeriggio, ha confermato che «Masi non fu coinvolto nella rapina. Non partecipò al sopralluogo e non era presente al momento del colpo». Una sintesi che porta credito alla tesi della difesa dell’imputato.

Il 32enne di Aprilia, condannato a 9 anni e 4 mesi con Carciati, 43enne di Pisa, in rito abbreviato, è stato sentito come testimone nel procedimento davanti al collegio del Tribunale (presidente Dani, a latere Iadaresta e Grieco) in cui il 40enne di Pomezia, in carcere dal giugno 2017, è accusato di tentata rapina e tentato omicidio aggravati, ricettazione e detenzione illegale di arma da fuoco. Masi, difeso dall’avvocato Vincenzo Dresda, anche ieri pomeriggio era in aula.

Kiflè, detenuto a Velletri, è stato il primo teste sentito dal pm Fabio Pelosi.

«Masi con la rapina da Ferretti non c’entra niente – ha spiegato –. Anche lui era venuto a Pisa per fare una rapina, ma l’obiettivo doveva essere una banca».

Il bersaglio poi venne modificato all’ultimo momento e dall’istituto di credito il mirino si spostò sull’attività commerciale di Daniele Ferretti, già in passato vittima di assalti violenti (fu ferito e ricoverato per settimane) da parte di banditi.

Carciati, nello scagionare Masi, la scorsa udienza aveva detto che non solo l’imputato non aveva preso parte al colpo, ma aveva dissuaso gli altri componenti la banda dal portarlo avanti. E aveva sottolineato, sempre secondo il 43enne pisano, la pericolosità di un assalto in gioielleria rispetto a quella di una banca.

Il pm Pelosi ha contestato a Kiflè le sue dichiarazioni in aula ricordandogli che al momento del fermo aveva fatto mettere a verbale che Masi aveva avuto un ruolo nella gang. Ieri è stata la volta dell’imputato nel ribadire davanti ai giudici la sua estraneità alla rapina come sostenuto fin dall’arresto.

Kiflè e Masi erano sì arrivati a Pisa per rapinare una banca.

Sul posto c’era Simone Bernardi, uscito dal Don Bosco a marzo e di nuovo ricaduto nella schiavitù della droga. Fu lui a morire, da disarmato, nel negozio di via Battelli. Volevano colpire una banca armati di trincetto, ma la filiale scelta aveva l’apertura con il riconoscimento delle impronte digitali. Un accorgimento che li aveva dissuasi. Il piano B fu il colpo da Ferretti. E qui era entrato in gioco Carciati. Aveva ammesso di essersi procurato la pistola e di averla passata a Kiflè prima di entrare nel negozio dove lo sparatore si era presentato il giorno precedente chiedendo di vedere alcuni gioielli. L’arma avrebbe dovuto servire come intimidazione sufficiente a immobilizzare i commercianti. L’effetto ottenuto fu opposto. Ferretti, accoltellato nel 1999 in un raid e vittima di un’altra rapina nel 2016, nel frattempo si era armato. E quando vide la moglie minacciata da Kiflè, che per la Procura sparò per primo, reagì esplodendo diversi colpi. Due raggiunsero Bernardi che morì sul colpo. Discussione ed eventuale sentenza il primo febbraio. —

P.B.

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di Redazione web