Il Tirreno

Pisa

lo studio dell’ateneo 

Lager, vero inferno in terra raccontato dai superstiti con le parole di Dante

Lager, vero inferno in terra raccontato dai superstiti con le parole di Dante

È il risultato di un’indagine portata avanti per due anni da Marina Riccucci docente dell’Università di Pisa

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pisa. La narrazione del male è uno dei temi sui quali chi scrive, romanzieri o saggisti, storici o giornalisti, si interroga da sempre. Entrano i gioco il rispetto, i sentimenti, le emozioni. E non c’è narrazione più dura di quella che arriva dalla viva voce dei testimoni, talvolta raccolta in lettere e diari, di chi ha vissuto la tragedia dei Lager nazisti. Le parole di chi non è sopravvissuto come dei superstiti sono diventate oggetto di studio. E non stupisce che al termine di questa dettagliata e accurata ricerca condotta dalla professoressa Marina Riccucci, docente di Letteratura italiana dell’Università di Pisa, il linguaggio usato per descrivere i Lager assomigli così tanto, per non dire si identifichi, con quello che Dante Alighieri scelse per narrare nella sua Divina Commedia l’Inferno. Perché questo sono stati i Lager nazisti: un inferno in terra.

Dante racconta di bolge, diavoli, demoni, gironi infernali, l’eterno dolore e la perduta gente. Ma sono queste stesse espressioni a ricorrere nelle descrizioni dei Lager nazisti rese dai sopravvissuti. L’imperativo categorico del ‘dovere della testimonianza’ ha trovato la via attraverso la Commedia di Dante, che ha fornito alle vittime il vocabolario attraverso il quale dare un nome a eventi e a realtà altrimenti indicibili.

Le “parole per dirlo” sono al centro del lavoro di Riccucci, una ricerca condotta negli ultimi due anni che entro il 2019 darà luogo alla pubblicazione di almeno tre lavori, uno dei quali insieme all’allieva Sara Calderini sulla rivista “Italianistica”. «Lo studio - spiega l’ateneo pisano - prende in considerazione fonti non letterarie, cioè diari, lettere e racconti orali di chi ha vissuto il campo di sterminio, un patrimonio molto vasto di cui fanno parte, per esempio, “Un mondo fuori dal mondo”, l’indagine dell’istituto DOXA condotta nel 1971 tra gli ex-deportati italiani nei vari capi di sterminio, ma anche alcune interviste, realizzate ad hoc da Riccucci, alla Senatrice Liliana Segre, a Mauro Betti, dissidente politico internato in vari campi scomparso purtroppo l’anno scorso, e a Goti Bauer, la donna italiana più anziana ancora in vita sopravvissuta ad Auschwitz».

«In tutti i casi – dice Marina Riccucci – a colpire è l’enorme difficoltà che i testimoni hanno nel raccontare e la frase che usano di più è ‘non ci sono parole per dirlo’: nello stesso tempo, però, quando queste persone arrivano a dare un nome e un volto a ciò che hanno visto e subìto, viene loro spontaneo, quasi in virtù di un automatismo, ricorrere all’immaginario infernale dantesco, indipendentemente dal loro livello di istruzione; perché si attinge a Dante come a un patrimonio linguistico collettivo, senza ambizioni letterarie, in nome dell’urgenza di trovare un codice, le parole, appunto». —

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di Redazione web